Il cielo di Giove, Iqbal a colloquio con Diavolo ed eretici

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Nuova tappa del viaggio di Iqbal sarà Giove, dove incontrerà 4 dei più grandi “eretici” del mondo islamico: Hallaj, Tahirih, Mirza Ghalib e Shaytan in persona

Hallaj

I: Perchè allontanarsi dalla dimora dei credenti? Che significa questo vostro separarvi dal Paradiso?

H: Lo spirito di un uomo libero, che conosce il bene ed il male, non può esser contenuto da un paradiso! Il paradiso dei preti è vino, huri e bei garzoni, il paradiso dei liberi è un eterno moto di scoperta! Il paradiso dei preti è mangiare, dormire e cantare, il paradiso dell’innamorato è la contemplazione dell’Essere. Il giudizio universale dei preti è lo spaccarsi dei sepolcri e lo squillar delle trombe, l’impetuoso amore è esso stesso Alba della Resurrezione.

[…]Il nostro amore è libero dalle paure, sebbene non sia estraneo a lacrime d’ebrezza. Questo nostro cuore soggiogato dal destino non è in realtà soggiogato; la nostra freccia non viene dallo sguardo delle fanciulle dagli occhi neri. Il nostro fuoco è alimentato dalla separazione, all’anima nostra la separazione s’addice.

Vivere senza una spina nel cuore, non è vivere; bisogna vivere avendo sempre il fuoco sotto i piedi! Vivere in tal modo è la sorte dell’Io, e appunto con questo destino si ricostruisce l’Io; se un atomo, per la sua infinita brama, diviene oggetto d’invidia pel sole, nel suo petto entrano i nove cieli! Quando il desiderio fa impeto sul mondo, gli esseri contingenti li rende eterni ed immortali!

eretico
Hallaj

Con questo brano veniamo subito a conoscenza del perché questi personaggi non sono in Paradiso ma su Giove: a causa del loro andare “oltre il Bene ed il Male”. Tutti coloro che ci verranno presentati su quest’astro sono infatti figure che, secondo il Poeta, rifiutarono l’Eremo Celeste. Hallaj, in particolare, è considerato una sorta di “Grande eretico” nella storia islamica, in quanto, nel pieno di un estasi mistica, egli pronunciò la frase: “Ana l-Haq”, che lo portò addirittura ad una violenta pena capitale.

Tale enunciato ha diverse possibili traduzioni, la più corretta delle quali è però: “Io sono il Vero/la Verità”. Perché tanta violenza per una banale frase? Perché al Haq è anche uno dei 99 nomi di Allah, ciò, secondo i giuristi dell’epoca, significa quindi affermare di “essere Dio”, probabilmente uno dei peccati più gravi dell’intero Islam. Va detto, tuttavia, che fu da subito chiaro che al Hallaj non si stesse riferendo al fatto che “la sua persona fisica” sia Dio, ma a qualcosa di più profondo e che tenne impegnati per 7 mesi alcuni dei maggiori teologici di tutto il mondo islamico.

Egli, secondo l’opinione maggiormente diffusa oggi, intendeva dire che la sua anima, in quel preciso istante, ebbe un’esperienza di così grande vicinanza a Dio che essa quasi si fuse con quella del Creatore. Per gran parte del mondo sufi, infatti, l’anima è sostanzialmente quella parte di Allah che ha posto in noi, un legame continuo e costante con il divino che, se coltivato, permette esperienze quasi di unione quest’ultimo. Sotto questa luce, tuttavia è ben chiaro il motivo della sua presenza su Giove: colui che per primo si spinse “oltre”.

Tahira

Anche dal peccato del servo folle possono sorgere nuove creature; l’illimitato amore straccia ogni velo, rapisce alla vista ogni vecchia cosa! E alla fine egli ha in sorte corda e patibolo: non si ritorna vivi dall’Amato! Mira il riflettersi del Suo volto nelle città e nelle campagne, non pensare ch’Ei sia sparito dal mondo! È ascoso nell’intimo petto d’ogni era: come poté essere contenuto in questa solitudine?

eretico
Tāhirih

Come ogni personaggio di questo capitolo, anche per Tahira urge una breve introduzione in modo da comprenderne appieno il messaggio e la sua presenza qui. Ella era infatti una delle fiere aderenti al movimento Bab e Baha’i, del quale Alessandro Bausani, traduttore di questo libro, faceva parte. Tale movimento sorse in Persia nella prima metà dell’Ottocento e vide come suo punto fermo: “l’affermazione delle rivelazioni successive del Divino attraverso i vari Profeti, la cui linea non è chiusa , ma continuerà all’infinito in forme sempre più raffinate e meno ritualistiche di religione.

Considerata tale premessa, diventa assolutamente chiaro tutto, compreso il motivo della loro “eresia”. Secondo l’Islam, infatti, Muhammad fu “il Sigillo dei Profeti”, ovvero l’ultimo a poter portare il Messaggio divino. Non è un caso che nell’ultimo versetto rivelato vi sia scritto: Oggi ho reso perfetta la vostra religione, ho completato per voi la Mia grazia e Mi è piaciuto darvi per religione l’Islàm. Il movimento Bahai e Bab venne considerato “eretico” proprio per suo credere ad una rivelazione pari a quella di Muhammad ma dopo la sua dipartita.

Mirza Ghalib

I: Centinaia di mondi si trovano in quest’azzurra distesa: forse che ogni mondo ha i suoi santi ed i suoi profeti?

Gh: Considera bene quest’essere e non-essere: i mondi vengono alla luce inseguendosi l’un l’altro, e dovunque si leva il tumultante clamore di un mondo, vi scende anche colui ch’è “misericordia pel mondo” […]

I: Non ho ancora visto scoperto il volto del significato di tutto questo segreto: bruciami, se possiedi fuoco!

Gh: Oh tu, che come me scorgi con occhi acuti i segreti della poesia, sappi che queste cose sono ben oltre la vetta dei dolci versi. I poeti hanno adornato il banchetto della parola, sono dei Mosè che parlan con Dio, ma senza avere la “mano bianca”. Ciò che tu mi chiedi è bestemmia e la miscredenza è al di là della poesia!

eretico
Mirza Ghalib

In questo brano vi è un dialogo serrato fra Iqbal e quello che, almeno sotto alcuni aspetti, fu il suo maestro: Mirza Ghalib. Quest’ultimo visse nella prima parte dell’Ottocento e venne considerato un dei personaggi più singolari di tutto il mondo islamico, tanto da esser tutt’oggi considerato uno fra i più grandi poeti della letteratura indo-persiana. Fra i suoi pensieri più celebri, e sicuramente suo motivo della sua presenza qui, c’è ad esempio la presunta noia che albergherebbe in Paradiso, cosa che lo avrebbe spinto, secondo Iqbal, ad allontanarsene.

In questo testo in particolare, viene ripreso il tema visto precedentemente con Tahira, seppur riferibile a concetti diversi in virtù della natura di Mirza Ghalib. Della fede di quest’ultimo non si dubitò mai ed è infatti molto probabile, anche per come procede il discorso, che la prima parte sia riferita a dei profeti pre-islamici (come ad esempio Buddha, Zoroastro etc…) e la seconda vada proprio a ricordare al lettore che “la Profezia si è chiusa”.

Il Diavolo

Gli dissi: “Abbandona il tuo culto della separazione, poiché sta scritto: “la cosa a me più odiosa è il divorzio!” Mi rispose: “La separazione è parte del patrimonio essenziale della vita: com’è bella l’ebrezza del dì della separazione! Sulle mie labbra non si forma mai la parola “unione”, se desidero l’unione non sussiste più né io né lui!”. La parola “unione” lo fece uscir fuori di sé, bruciante e doloroso ardore si rinnovò nel suo petto. Si avvolse un po’ nel suo fumo, poi scomparve fra fitte nere volute. Ma da quel fumo si levò un lamento: o felice l’anima che sa essere addolorata!

“Oh Signore del Giusto e dell’Ingiusto, io sono stanco, annientato dalla compagnia dell’Uomo! Mai egli si è ribellato al mio dominio; ha chiuso gli occhi del suo Io, non ha mai trovato sé stesso! La sua polvere è straniera al gusto del ribelle rifiuto, ignara della scintilla della Potenza! La preda dice al cacciatore: prendimi! Dio ci scampi da un servo troppo ubbidiente! Liberami, o Signore, da questa preda, ricordati dell’obbedienza che ti prestai ieri!

jinn
Un marid

Si conclude questa sorta di “girone degli eretici” con “l’Eretico” per eccellenza: Shaytan, il Diavolo. Come ogni personaggio nell’opera di Iqbal (esclusa la suffragetta), anche quest’ultimo qui viene approfondito sotto un aspetto filosofico, mostrandone fin da subito la funzione. Paradossalmente, infatti, è necessario che esista il Male affinché vi sia il Bene, e proprio a questo si riferisce l’espressione : “Sulle mie labbra non si forma mai la parola “unione”, se desidero l’unione non sussiste più né io né lui!”. Come potrebbe essere possibile distinguere il Giusto dallo Sbagliato quando entrambi sono Uno?

Lo Shaytan di Iqbal da questo punto di vista ricorda moltissimo dell’inglese John Milton che, nel suo Paradiso Perduto del 1667, per primo provo ad umanizzare il Diavolo donandogli la “sua versione”. Come quello del suo predecessore anglosassone, anche il Demone di Iqbal si dimostra insofferente per il compito che gli è stato affidato, ma in questo caso il poeta indiano si spinge anche oltre, rappresentando una figura che possiede tratti al limite del comico. Qui Shaytan non appare tanto quanto un “eroe del maligno”, ma piuttosto come un servo atto a svolgere un compito ingrato e deprimente, con gli umani che, anziché affrontarlo, vi si fiondano come cozze, tanto che il Male stesso non ne può più.

Immagine molto interessante e singolare ma che non deve spingere il lettore a fraintendere il messaggio; il quale non intende comunque togliere a Shaytan le malvagie azioni che quest’ultimo compì nel passato, ma piuttosto contestualizzarlo all’interno di un’ordine divino del quale egli è meccanismo portante.

Domani una nuova puntata con protagonisti d’eccezione con i traditori dell’India. Seguiteci sulla nostra pagina facebookSpotifyYouTubeTwitter e Instagram, oppure sul nostro canale Telegram. Ogni like, condivisione o supporto è ben accetto e ci aiuta a dedicarci sempre di più alla nostra passione: raccontare il Medio Oriente.

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