La storia di Sliman Mansour, il più grande artista palestinese di sempre, fiero pittore del suo popolo sino al suo ultimo giorno
Biografia di Sliman Mansour: gli inizi
Sliman Mansour nacque nel 1947 a Birzeit, storico centro cristiano a pochi passi da Gerusalemme, proprio un anno prima della Nakba. Fin da piccolo gli furono molto chiari due amori che caratterizzeranno poi tutta la sua storia: quello per l’arte e quello per la propria terra; crescendo in un’ambiente rurale, infatti, Sliman Mansour si trovò a lungo a contatto con la natura palestinese, elemento che, come poi vedremo, si rivelerà un tratto caratteristico dei propri lavori.
Spinto da un insegnante tedesco, nel 1962 mostrò al mondo il proprio talento artistico vincendo un concorso internazionale delle Nazioni Unite; questo gli farà nascere la voglia di recarsi fino negli States per studiare arte all’Art Institute di Chicago, ma lo scoppio della Guerra dei Sei Giorni cambia radixalmente i suoi piani, portandolo ad iscriversi alla Bezazel Academy of Arts di Gerusalemme, dove completerà il ciclo di studi senza però riuscire a laurearsi non potendo pagare l’ultima tassa scolastica.
I primi successi e lo scoppio dell’Intifada
Nel 1973 acquista per la prima volta fama internazionale con il suo Jamal Al Mahamel (in italiano “Il cammello degli affanni”), opera che raffigura un anziano facchino palestinese che trasporta sulle sue spalle la città di Gerusalemme. Tale quadro divenne subito per la profonda simbologia e significato che si porta dietro: l’opera infatti si ricollega subito sia fatica ed alla resilienza del popolo palestinese sia alla sua indomita volontà di non abbandonare mai Gerusalemme, uno dei luoghi più iconici della propria storia.
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Nel 1987, allo scoppio della Prima Intifada, fondò, insieme ad altri artisti palestinesi, il collettivo New Vision, nato con l’idea di boicottare le forniture artistiche israeliane utilizzando al suo posto dei materiali naturali tipici del suolo palestinese; quello più iconico scelto da Sliman Mansour è sicuramente il fango, elemento che, oltre ai ricordi con la nonna, aveva la caratteristica di spaccarsi una volta secco, cosa che simboleggiava perfettamente la fragilità del destino umano.

Nel 1988 dipinse 4 opere volte a ricordare 4 villaggi palestinesi cancellati da Israele: Yibna, Yalo, Bayt Dajan e Imwas, l’antica Emmaus citata nel Vangelo di Luca; quest’ultime sono considerate alcune delle sue opere più iconiche realizzate proprio con il fango.
Riconoscimento internazionale
Dal 1990, nonostante le difficoltà del vivere in quel momento in Palestina, riescì non solo ad affermarsi a livello internazionale, ma anche ad organizzare delle vere e proprie mostre in giro per il mondo che lo videro celebrato in luoghi come Parigi e New York, avendo così la possibilità e la forza di raccontare al mondo la tragedia subita dal proprio popolo.
Nel 1994 fu co-fondatore dell’Al-Wasiti Art Center di Gerusalemme, centro nato con l’idea di connettere gli artisti palestinesi che risiedono in Palestina con quelli della diaspora, in modo da preservare il tesoro artistico palestinese e creare un ponte fra le due realtà.

Fino alla sua morte ha continuato a vivere e lavorare a Gerusalemme, non rinunciando mai, nemmeno per un’istante, al proprio ruolo di raccontare il suo popolo attraverso l’arte e la pittura.
In una delle sue ultimissime interviste ad Al Jazeera ha affermato che ha sempre pensato che sarebbe morto un anno prima della liberazione del popolo palestinese; in’sh’Allah. Sliman Mansour si è spento a Gerusalemme il 24 ottobre 2026 all’età di 79 anni e da quel momento il mondo piange la scomparsa di uno dei più grandi artisti palestinesi di tutti i tempi ed uno dei migliori di sempre per quanto riguarda la potenza delle proprie opere.
