Il Boubou e lo Shalwar Kamiz, due abiti nati come vesti di signori ed imperatori ed evolutisi poi in simbolo identitario della resistenza culturale al colonialismo
Un mese fra abiti, costume e storia
Ci siamo, ci stiamo avvicinando alla fine del mese di settembre e quindi credo sia interessante fare un piccolo recap su quello che avete visto ed i vari collegamenti esistono fra i tanti esplorati in questo mese, legato soprattutto al costume ed alle sue manifestazioni.

Su Medio Oriente e Dintorni amo infatti provare a scavare al di là delle apparenze per provare a trovare una chiave comune e tanto le vesti quanto i tessuti hanno tanto da raccontare, spingendo chi osserva con attenzione a scoprire dimensioni nuove, ma che sono state sempre alla luce del sole.
Nati sotto i grandi imperi
Fin dai suoi albori l’umanità ha infatti indossato abiti e vestiti ed è proprio per questo che degli oggetti tanto comuni risultano così pregni di significato. In particolare i 3 trattati questo mese (Boubou, Shalwar Kamiz e Fustanella) si sono sviluppati e “popolarizzati” più o meno nello stesso periodo, ovvero fra il 1600 ed il 1700; sia chiaro, tutti e 3 esistevano già prima, ma è in quel periodo che, per ragioni diverse ma spesso affini, sono passati dall’esser elemento di nicchia ad elemento tipico di quei paesaggi e culture.

Tutti e 3 si affermano nell’epoca dei grandi imperi (Maliano per il Boubou, Moghul per lo Shalwar Kamiz ed Ottomano per la Fustanella), con la differenza però che i primi due si legarono fin da subito alla nuova classe dominante, divenendo molto rapidamente un suo elemento distintivo; al contrario, la Fustanella acquisisce un exploit proprio con l’affermazione dell’identità albanese rispetto a quella turco-ottomana.
L’abito non fa l’imam, ma ci va vicino
Un aspetto molto interessante dei primi due è che sono entrambi frutto di un desiderio preciso e specifico di ricollegare il proprio ruolo imperiale all’Islam ed al “mondo islamico” in generale. Il primo grande signore africano a vestire abitualmente il Boubou fu infatti Sundjata Keita, fondatore dell’Impero maliano, mentre colui che introdusse in modo stabile lo Shalwar Kamiz in India fu Babur, il capostipite della dinastia Moghul.

La scelta di Sundjata, in particolare, non fu casuale in quanto tale scelta stilistica era anche studiata a tavolino per mostrare in modo palese e lampante il legame fra i Keita e la nuova fede, tanto che ancora oggi quello maliano è considerato il primo grande impero africano musulmano.

Nel caso dei Moghul tale collegamento con il “mondo islamico” è certamente presente, ma legato anche alle origini turco-mongole di tale dinastia; è anche vero che nel corso del tempo il suo simbolismo è diventato sempre più tratto distintivo dell’India musulmana, tanto da diventare l’abito ufficiale del Pakistan.
Simboli anti-coloniali
Un’altra cosa estremamente interessante dietro tali abiti è il loro ruolo e funzione in chiave anti e decoloniale. Come accennato prima, infatti, questi due abiti appartenevano soprattutto ai signori degli imperi e potentati locali e dunque, quando il colonialismo prese piede in queste lande, divennero uno dei maggiori simboli identitari del passato, passando per la prima volta dall’essere l’abito di una classe ad abito del popolo.

Lo stesso cotone, di cui vi ho parlato sempre a settembre, con Gandhi divenne uno dei massimi emblemi dello sfruttamento che gli inglesi stavano portando in India, tanto che il filatoio a ruota venne incorporato persino nella bandiera nazionale.
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