La seconda stagione di “Mo” riesce a compiere un nuovo salto di maturità raccontando situazioni serie e dolorose come essere migrante e la Palestina oggi mantenendo il sorriso
La seconda stagione di “Mo”
In Texas, Mo deve giostrarsi tra due culture, tre lingue e una richiesta di asilo politico in sospeso mentre si affanna per mantenere la sua famiglia palestinese.
Il ritorno di Mo
Mo Amer ritorna a pochi anni di distanza con una stagione che, ancor più della prima punta non solo a far sorridere, ma anche a far riflettere su situazioni davvero pesanti che colpiscono tanto i richiedenti asilo negli Usa quanto la Palestina in generale. Se la prima stagione si concentrava soprattutto sui problemi di vivere da palestinese negli Usa ed era mostrata soprattutto la città di Houston, in questa i veri ed assoluti protagonisti saranno gli ultimi e tale elemento si percepisce in ogni singola puntata.

Al di là delle battute e della profonda ironia, infatti, “Mo” non ha paura di mostrarci situazioni anche dai tratti profondamente seri come i campi di detenzione americani e quello che fanno gli israeliani all’estero ed in Israele; inoltre vengono anche affrontati temi come l’autismo e la memoria, elementi che contribuiscono a mostrarci la maturità che sta assumendo la serie.
Una stagione dedicata alla Palestina
Se tematiche come i campi di detenzione durano più o meno qualche puntata, rimpiazzati dalla richiesta di asilo di Mo, il leit motiv della stagione è sicuramente la Palestina ed il suo ricordo, vissuta sia in contrapposizione al mondo sionista che nella dolce-amara forma del ricordo. Nello specifico, tali temi si incroceranno più e più volte tanto nel continente americano quanto quando Mo si recherà effettivamente nella sua terra natia, riuscendo ancora una volta ad incrociare una visione di sé e dell’altro mantenendo (seppur con grande difficoltà) il sorriso.

Mo non è mai stata una serie esclusivamente comica, ma nella sua seconda stagione è evidente la volontà di renderla qualcosa di più di un mero prodotto commerciale e provare a dare così il suo contributo per dare voce al popolo palestinese ed ai migranti in generale. Una presa si posizione netta e coraggiosa che, in un mondo fatto sempre più di ignavi, vigliacchi ed egoisti, gli fa davvero onore e che aiuterà senza ombra di dubbio a far comprendere meglio situazioni vergognose per chi ha davvero a cuore l’umanità.
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