Come ogni anno, ecco la lista dei 5 libri più belli del 2024 su Medio Oriente e Dintorni, con ben 5 menzioni d’onore
Come ogni anno
Come ogni anno torna la lista dei libri più belli letti e comparsi quest’anno su Medio Oriente e Dintorni; un appuntamento ormai fisso che nel 2024 ha visto partecipare ben 25 testi diversi, con 5 che più di altri si sono distinti per tematiche, prosa ed importanza, guadagnandosi i gradini più alti del podio.

Più avanti troverete: la lista dei 25 libri comparsi quest’anno con annessa la trama, la lista delle 5 menzioni d’onore ed infine, come agli Oscar, i 5 libri più belli di quest’anno. Prima di cominciare ci tengo solo a sottolineare 2 cose:
- La lista include anche i 3 titoli usciti nel 2023 dopo la premiazione dell’anno scorso (pubblicata il 12 dicembre)
- Tali premi riflettono il gusto soggettivo di chi sta scrivendo e, per quanto ci si possa applicare per scegliere “il migliore”, quest’ultimo rimane soggettivo; a maggior ragione, però, ti invito a condividere su Instagram e Telegram la tua personale lista in modo da farmi conoscere i tuoi gusti
Ora lo spettacolo può finalmente iniziare
I 25 libri usciti nel 2024 su Medio Oriente e Dintorni
“El Turco” di Orhan Yeniaras (Turchia), pubblicato il 15.12.23

Nella zona di Trento, si trova un piccolo paese chiamato Moena. Al centro del paesino, nella piazza principale, si erge una statua del tutto particolare: un busto di un soldato dell’Impero Ottomano, con un piedistallo adornato da una mezzaluna e una stella. Ogni anno, nel mese di agosto, durante il carnevale, i residenti del villaggio escono per le strade indossando gli abiti tradizionali turchi, agitando bandiere con la mezzaluna e la stella. Nonostante nessuno nel villaggio conosca la lingua turca, le persone si riferiscono a questa statua dicendo: “È il nostro antenato, siamo turchi e questo posto è la nostra Turchia”. Ma chi è questo “turco” di cui parlano? Durante l’Assedio di Vienna del 1683, un ufficiale dell’Impero Ottomano di nome Balaban Ağa fu gravemente ferito e salvato dagli abitanti di Moena. Si stabilì nel villaggio e organizzò con successo una rivolta contadina contro i signori feudali che opprimevano il popolo con tasse esorbitanti. Attraverso questo romanzo-documentario, scoprirete la straordinaria storia di Balaban Ağa e i lati sconosciuti della disfatta di Vienna del 1683.
“E che Dio ce la mandi buona” di Hüseyin Rahmi Gürpınar (Turchia), pubblicato il 18.12.23

Nel contesto devastante dell’epidemia di influenza spagnola che flagella il mondo, Istanbul è sconvolta da incendi devastanti e diffusi focolai della malattia. Questa terribile epidemia non fa discriminazioni, colpendo tanto le abitazioni umili quanto i sontuosi palazzi dei ricchi, lasciando inevitabilmente dietro di sé un tragico bilancio di vittime. Nel caos generato dalla paura e dalle credenze superstiziose, alcuni approfittatori cercano di stabilire un ordine basato su pretese di santità al fine di trarne vantaggio personale. Attraverso questo romanzo, Hüseyin Rahmi Gürpınar esplora le contraddizioni di un’epoca turbolenta, svelando gli aspetti più oscuri e controversi della società del suo tempo. Il lettore viene trascinato in un’avvincente storia ricca di mistero, in cui l’autore dipinge un quadro di una Istanbul dilaniata dalle tragedie e dalle tensioni sociali.
“Capodanno a Istanbul” di Ahmet Ümit (Turchia), pubblicato il 25.12.23

Istanbul, 2013. Un gruppo di giovani, che come polline nell’aria a primavera si moltiplica fino a diventare migliaia, protesta contro l’abbattimento di 600 alberi a Gezi Park, in piazza Taksim, dove l’amministrazione ha deciso di costruire un centro commerciale al posto di un bellissimo giardino. La mobilitazione civile dilaga in tutto il paese. La posta in gioco non è solo la cementificazione di un parco, ma quella dell’anima del popolo turco. La notte di Capodanno i fatti di Gezi Park sono ancora nell’aria. Fiocchi di neve al posto del polline. Il commissario Nevzat riceve una chiamata: un uomo è stato assassinato a Beyoglu, dove la Torre di Galata guarda il Bosforo dall’alto. Il mistero che avvolge quel cadavere è lo stesso che ha trasformato il luogo più affascinante del mondo in un quartiere preda della speculazione edilizia, dove il passato e il presente di una città e di una nazione si danno la mano.
“Un matrimonio benedetto” di Ngugi wa Thiong’o (Kenya), pubblicato il 9.01.24

Kenya, Seconda Guerra Mondiale: Wariuki è un giovane con pochi soldi e un sacco di fascino, che gira per il suo villaggio con una bici mezza scassata e coloratissima, si esibisce in danze scatenate e in irriverenti imitazioni dei “padroni bianchi” e dei neri che accettano di diventarne servi. E così facendo “conquista il cuore di Miriamu”, ragazza di una famiglia dell’alta borghesia kenyota.
“La casa grande” di Mohammed Dib (Algeria), pubblicato il 16.02.24

Algeria, fine degli anni trenta. Il paese è ancora occupato dai francesi e guarda a Hitler come a un possibile salvatore. È un’Algeria di miseria, dove tutto ruota attorno alla ricerca di un cibo introvabile. Qui, a Tlemcen, nella casa grande, Dar-Sbitar (in arabo, l’ospedale), i poveri inquilini vivono in una condizione di estrema indigenza e sono preda di rabbia e paura. E qui incontriamo un bambino, Ornar, con la sua famiglia: ha dieci anni, è cresciuto nella consapevolezza dell’infelicità e, educato alla rassegnazione, non conosce autocommiserazione; conosce però anche lui, come tutti, una fame implacabile. Diversamente dagli altri tuttavia si domanda il perché di questa miserabile esistenza, come fa anche Hamid Saraj, l’agitatore, il solo che legge libri in quel luogo, quello che un giorno la polizia viene a cercare per arrestarlo.
“I drusi di Belgrado” di Rabee Jaber (Libano), pubblicato il 15.03.24

Beirut, una mattina presto nella primavera del 1860. Impossibile assaporare la bellezza della luce dell’alba. O il profumo dei giardini portato dalla brezza. La città portuale è irriconoscibile, invasa dai profughi del Monte Libano e della Siria, cristiani maroniti sopravvissuti al massacro perpetrato dai drusi durante diverse settimane di un’ondata omicida che si è estesa fino alla città di Damasco. Per rappresaglia, i leader drusi vengono mandati in esilio nei Balcani e, tra loro, i cinque figli dello sceicco Ghaffar Ezzedine. Quest’ultimo viene a chiedere la loro grazia al governatore ottomano della regione, gli è concesso di salvarne uno. Ma qualcuno deve imbarcarsi al suo posto, insieme agli altri quattro fratelli Ezzedine. Toccherà a un cristiano, il venditore di uova Hanna Ya‘qub, che verrà gettato nella stiva della nave. Inizia così l’esilio di quest’uomo punito dal destino per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Chi è Hanna Ya‘qub? Perché gli accade ciò che gli accade? Dov’è la giustizia? In un mondo così violento, ieri come oggi, quanto può sopportare un essere umano? Passeranno dodici anni prima che Hanna Ya‘qub riesca a ritrovare la via del ritorno, dove lo aspettano l’amata moglie Hilana, che intanto si mantiene facendo le pulizie per il conte Bustros, e la figlia Barbara. Tra carceri e lavori forzati, in Serbia, Kosovo, Albania e Montenegro, la sua è la storia, ironica e fatalista, di un Giobbe, o di un capro espiatorio, libanese, sullo sfondo del groviglio etnico-religioso dell’Impero Ottomano del XIX secolo.
“Non scusarti per quello che hai fatto” di Mahmoud Darwish (Palestina), pubblicato il 17.03.24

L’opera di Mahmud Darwish, allo stesso artistica e politica, è caratterizzata dalla transizione dalla fase rivoluzionaria e patriottica degli esordi (la “poesia della resistenza”) alla rielaborazione del dramma palestinese “attraverso una ricerca estetica che si appropria di motivi sia simbolisti che epici” (Simone Sibilio). È un passaggio graduale, che ha allontanato Darwish dall’immagine del poeta militante e gli ha spesso attirato critiche da parte dei lettori, infine persuasi che anche un “poeta nazionale” debba essere soprattutto un poeta. Nell’ultima produzione di Darwish la scrittura è incentrata sulla complessità dell’esistenza, sul dialogo tra il sé e l’altro e sull’osservazione dell’umanità attraverso la descrizione di luoghi storici, mitici e del quotidiano. A questa fase appartiene la raccolta “Non scusarti per quello che hai fatto”, pubblicata nel 2004, pochi anni prima della morte del poeta. È un’opera densa di di meditazioni sulla vita e sulla fine, sui temi, da sempre centrali nella scrittura di Darwish, della memoria e dell’esilio, del tempo e dell’assenza, della perdita e dell’identità, dell’appartenenza e della nostalgia. I testi, colmi di profumi, di immagini, di oggetti quotidiani e azioni minime, di metafore e mistero, sono modulati su toni a volte più meditativi e tendenti alla prosa a volte spiccatamente lirici: vi si avverte chiaramente il ritmo da cui il poeta, “l’indeciso tra prosa e poesia”(In presenza d’assenza, 2006), si sente da sempre abitato.
“Le sante sufi” di Ibn al Jawzi, pubblicato il 21.03.24

La storia del sufismo si basa esclusivamente sui manuali scritti dai maestri, eppure la dimensione sufi ha aperto alle donne la parità con gli uomini elevandole al rango di amici di Dio, wali, riconoscendo la loro santità. Non è scritto infatti che solo gli uomini possano avvicinarsi a Dio, coloro che sono sulla strada di Dio sono nafs, anime, quindi individui che anelano all’unione con Lui. Il libro sulle donne sufi di Ibn al- Jawzi qui proposto delinea le figure delle sante di Basra. Dai loro profili emerge un percorso ascetico molto semplificato rispetto alla via tracciata dai più celebri saggi ed il tentativo di instaurare un rapporto con Dio molto diretto che si nutre dei concetti dell’amore, dell’ascesi e dell’unione.
“Case di sale” di Hala Alyan (Palestina), pubblicato il 2.04.24

Alla vigilia del matrimonio della figlia, Salma legge il destino della ragazza nei fondi di una tazza di caffè. Vede per Alia e per i suoi figli un futuro instabile, segnato dalla perdita della casa e dall’incertezza. Pur scegliendo di tenere per sé la predizione, questa si avvererà quando la famiglia verrà sconvolta dallo scoppio della guerra dei sei giorni nel 1967. Mezzo secolo di Storia provocherà lo sradicamento e la dispersione dei membri della famiglia Yacoub, tra Palestina, Kuwait, Giordania, Libano, fino all’Europa e gli Stati Uniti. Seguendo le storie di quattro generazioni, questo romanzo lirico ed emotivamente travolgente ci interroga su che cosa si possa considerare casa: ciò che per tradizione ci è stato tramandato o quello che costruiamo nel nostro presente?
“I detti di Rabi’a” a cura di Carolina Valdrè, pubblicato il 20.04.24

I Detti di Rabi’a, qui tradotti per la prima volta in Occidente, sono uno dei grandi testi mistici dell’Islam. Nata in Iraq nel secolo VIII, Rabi’a fu, secondo una tradizione, venduta schiava e resa poi alla libertà dal suo padrone, che un giorno la sorprese sprofondata nella preghiera e tutta avvolta di luce. Secondo altri, fu per qualche tempo suonatrice di flauto, quindi peccatrice pubblica. Dopo l’Illuminazione, visse in assoluta povertà, e chiedendo soltanto «un atomo di povertà di spirito», mentre irraggiava la sapienza delle sue brevi, spesso aspre, paradossali, estreme sentenze, che si tramandarono poi nei secoli. Morì in grande vecchiaia, «ridotta come un piccolo otre consunto che sta per afflosciarsi». I suoi Detti sono schegge brucianti e vanno posti all’origine della linea mistica più radicale dell’Islam, il sufismo, di cui Rabi’a è stata detta «la madre». E del sufismo Rabi’a incarna un sublime ‘eccesso’: quel distacco invalicabile dal mondo per cui tutto, anche la devozione compunta, le appariva come distrazione e ostacolo, come il primo dei veli che tengono lontano colui che pure, secondo uno dei novantanove «bellissimi nomi» con cui Dio è invocato nell’Islam, è il Vicino, più vicino a noi stessi della nostra vena giugulare.
“Shubbek Lubbek” di Deena Mohamed (Egitto), pubblicato il 30.04.24

Shubbek Lubbek – ogni tuo desiderio è un ordine – è la formula con cui si presenta il genio per esaudire le volontà di chi lo evoca. Nel Cairo immaginato da Deena Mohamed i desideri non si nascondono nelle lampade, ma si acquistano in bottiglia. Quelli di prima classe sono costosissimi, ma quelli di terza, alla portata di tutti, sono molto pericolosi. Per usarli, poi, devi avere il coraggio di sfidare corruzione, burocrazia e i dilemmi etici inevitabili quando si devia il corso naturale delle cose.
“Arabilioso”, Antologia di futurismo arabo, pubblicato il 25.05.24

La fantascienza araba è in gran parte sconosciuta a livello internazionale, per questo motivo Arabilioso si propone di farvi scoprire nove storie che appartengono a cinque autrici e quattro autori provenienti da Bahrain, Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Palestina e Siria. Tra i temi ricorrenti delle storie ci sono gli effetti delle nuove tecnologie sulla società araba, profondamente radicata nella vita comunitaria e lontana dall’individualismo occidentale, come pure l’ansia per le devastazioni prodotte dall’emergenza climatica oppure la nostalgia per un passato che, seppure difficile e travagliato, è ancora in grado di assicurare radici culturali e identità ai personaggi.
“Manifesto dell’Islam Italiano” di Francesca Bocca-Aldaqre (Italia), pubblicato il 9.06.24

La presenza dei musulmani in Italia è un argomento al centro del dibattito politico. Nonostante sia un tema ampiamente discusso nel mondo culturale europeo, non è stato ancora affrontato con strumenti efficaci. Manifesto dell’Islam italiano parla con un linguaggio accessibile al pubblico occidentale, esponendolo al vissuto della comunità islamica e alle sue rivendicazioni identitarie. In un caleidoscopio di classico e contemporaneo, attraverso elementi storici, filosofici e sociologici ancora assenti nel dibattito e mai pubblicati in italiano, affronta tutti i principali “argomenti caldi”: dal velo all’integrazione, dal terrorismo ai diritti delle minoranze.
Non sono assenti anche spunti più lontani dall’attualità, le cui ripercussioni hanno ostacolato la formazione di una continuità islamica nella nostra penisola: eventi storici, paure inconsce, pregiudizi linguistici dipanati nei secoli. L’autrice – musulmana italiana – differenzia le debolezze dei vari approcci con cui Islam e Italia hanno a che fare l’uno con l’altra, dal dialogo interreligioso alle rivendicazioni politiche, immaginando orizzonti nuovi in cui la cultura è la chiave di un’integrazione autentica. Un libro che aiuta il lettore italiano a guardare in modo nuovo i musulmani e che, viceversa, vorrebbe aiutare i musulmani italiani a creare una cornice culturale coerente attorno a cui sviluppare un’identità nuova, capace di appartenere profondamente all’Italia.
“Il racconto di un muro” di Nasser Abu Srour (Palestina), pubblicato il 26.06.24

Nasser Abu Srour, detenuto in una prigione israeliana dal 1993 e condannato all’ergastolo, con questa ode alla libertà ci fa sentire, alta e forte, la voce di una Palestina destinata a “fare a pezzi l’immagine stereotipata che ci vede come un Oriente barbaro, bisognoso di una guida che metta un freno alla sua brutalità e alla sua atavica arretratezza”.
E chiamando a raccolta Mahmud Darwish e i poeti preislamici, ma anche Søren Kierkegaard, Karl Marx, Sigmund Freud e un pizzico di Italia, ci consegna la storia dell’amore per una donna, un amore più potente delle sbarre, delle catene e delle quattro mura di una prigione, perché “quando ami, sei il tuo tempo e sei il tuo spazio, niente ti delimita, niente ti si oppone, prima di te non c’è nulla e non c’è nulla dopo di te”.
“Ghiak, racconti di sangue” di Dimosthenis Papamarkos (Grecia), pubblicato il 14.07.24

Ghiak è una parola intraducibile arvanitica che significa sangue, parentela, vendetta, razza. Gli arvaniti sono una popolazione di origine albanese, prevalentemente di religione cristiana ortodossa, stanziata in diverse parti della Grecia. Gli eroi dei racconti di Papamarkos sono soldati greci arvaniti che hanno combattuto durante la guerra greco-turca del 1919-1922 e sono tornati nel loro paesino della Grecia centrale profondamente traumatizzati. Determinati dal codice di comportamento tradizionale, per l’onore della comunità, i protagonisti di queste storie seguono la pesante legge del sangue e il rigido diritto consuetudinario, diventando a turno vittime e carnefici, e dando luogo a crimini, distruzione e annientamento. Quelle di Papamarkos sono nove storie indimenticabili, scritte in una lingua inedita e potente, che raccontano l’incapacità di conciliare i codici tradizionali con le emozioni, gli effetti della violenza sugli individui e che mettono in scena l’anima più balcanica e violenta della Grecia.
“La città del piacere” di Ezzat El Kamhawi (Egitto), pubblicato il 3.08.24

Una città unica, semplice fino all’astrattismo, i cui bianchi palazzi si stagliano alti e leggeri, nel mezzo del deserto. Si dice sia stata eretta in un solo giorno e consacrata alla Dea del piacere. I suoi abitanti, plasmati per rispondere alla chiamata della seduzione e abbandonarsi a carezze lascive, consumati da un desiderio bruciante e inappagabile. Il piacere di questa città è un’arsura che non si disseta, un incendio che non si placa. La città del piacere è un luogo leggendario, in cui reale, illusorio e immaginario si intrecciano e si confondono.
“Iram dalle alte colonne” di Kahlil Gibran (Libano), pubblicato il 5.08.24

Iram dalle alte colonne è il risultato di un’importante incursione del suo autore nei campi della mistica. In esso Gibran cerca di riversare in uno stampo dialogico-narrativo le conclusioni cui nella sua elaborazione teorica era giunto fino a quel momento riguardo alla provenienza, alla vita e alla meta finale dell’uomo; conclusioni che potrebbero essere riassunte nelle formule che seguono.
Tutto ciò che esiste al di fuori dell’uomo esiste del pari dentro di lui, e viceversa, senza che si dia alcuna barriera tra le cose, per quanto vicinissime o lontanissime, somme o infime, gigantesche o minuscole. Alla conoscenza delle cose (qualunque sia il credo professato, dal momento che tutte le religioni sono in realtà una sola) si giunge percorrendo la strada del desiderio ardente, il quale è possibile a tutti: infatti ogni uomo può desiderare, fino al punto in cui il desiderio strappi il velo dell’apparenza. Allora l’uomo vede il proprio Sé.
“La mandorla” di Nejma (Marocco) pubblicato il 12.08.24

L’educazione sentimentale e sessuale di una donna marocchina, in un mondo di uomini incapaci di amare. Badra fugge dal paese natio e dalle angherie del marito e della suocera, che la valutano solo per due cose: la verginità al momento del matrimonio e la sua capacità riproduttiva. E poi a Tangeri scopre un mondo per lei inaspettato, fatto di gente più libera, più ricca, più colta.
La rieducazione del proprio corpo all’amore. La cognizione, via via più sicura, che il proprio sesso (“la mandorla”) è uno strumento di potere nel rapporto con gli uomini, ma anche una forma di identità individuale e di elevazione spirituale. Con questo libro coraggioso l’autrice affronta un tabù che è uno dei nodi fondamentali della cultura araba. Un racconto erotico in cui la letteratura diventa per forza di cose un atto politico.
“Polvere d’oro” di Ibrahim al Koni (Libia), pubblicato il 19.08.24

Protagonista di “Polvere d’oro” è il deserto, dove il destino di Ukhayyad s’intreccia con la vita del suo cammello: le due creature sono cresciute insieme, attraversando un mondo che parla la lingua misteriosa dei ginn spiriti metà uomini e metà angeli – dei maghi e degli sheikh, dei mercanti e dei guerrieri. Ma un vincolo che va oltre l’umana comprensione si scontra con la rigidità delle leggi sociali: l’affetto di Ukhayyad per il pezzato non può sostituire quello per una moglie e un figlio, e chi osa tradire i codici deve pagare. L’unica via d’uscita è fuggire dalla tribù, dove la febbre dell’oro non l’amore, regola le relazioni fra gli uomini.
“La svergognata” di Sahar Khalifah (Palestina), pubblicato il 27.09.24

A differenza di altri romanzi della palestinese Khalifah, che trattano della questione palestinese da angolazioni storico-politiche più marcate, il romanzo del 1986 “La svergognata” è incentrato sul tormentato percorso privato di una donna. ‘Afaf è una donna borghese, prigioniera di convenzioni ormai messe in crisi dalla realtà dei tempi, ma non per questo meno oppressive. Dopo alcuni infruttuosi scoppi di ribellione che il marito punisce con l’isolamento e il disprezzo, ‘Afaf, impaurita ma decisa a non cedere, intraprende un viaggio verso il suo Paese occupato dall’esercito israeliano, dove ritrova la madre e un’amica coinvolta nella militanza politica, e decide di divorziare per iniziare un nuovo capitolo esistenziale della propria vita.
“Il Palazzo dei Sogni” di Ismail Kadare (Albania), pubblicato il 5.10.24

Il giovane Mark-Alem è membro di una delle più potenti famiglie dell’impero ottomano, i Qyprillinj, che, nella loro lunga storia, hanno dato allo stato importanti visir, ministri, politici e amministratori. Nonostante le radici della famiglia fossero in Albania, da secoli ormai i suoi membri vivono a Istanbul e per prestigio sono secondi solo al Sultano. Non tutto, però, era sempre andato bene, come erano soliti ricordarsi tra loro: “nella famiglia dei Qyprillinj gli uomini salivano alle più alte cariche possibili o cadevano in disgrazia; non c’erano vie di mezzo”. Spesso le disgrazie avevano come origine l’invidia che il sovrano provava perché alle loro gesta era stato addirittura dedicato un poema epico ancora cantato nei Balcani, un onore che nessun Sultano poteva vantare.
Proprio per sfuggire a un destino in bilico tra gloria e tragedia, Mark Alem è stato indirizzato a una carriera diversa. Dovrà lavorare al Tabir Sarraj, il Palazzo dei Sogni, un’istituzione misteriosa e potente che, per ordine del Sultano, da secoli analizza e studia i sogni di tutti i sudditi dell’impero cercando di decifrarli, comprenderli e di utilizzarli per aiutare il governo. Al Tabir Serraj i funzionari hanno il compito di esplorare l’inconscio collettivo di un regno immenso e di passare al setaccio milioni di fantasie, allegorie ed enigmi notturni, costretti, quindi, a vivere a metà tra il mondo dei sogni e quello reale in una perenne sensazione di straniamento. Il potere del Tabir Serraj è grande, ma nella sua ombra si muovono forze oscure. Mark-Alem scoprirà ben presto che c’è chi è disposto a tutto pur di influenzare il sovrano e controllare l’impero.
“Ho visto Ramallah” di Murid Al Barghuthi (Palestina), pubblicato il 27.10.24

Da un esilio a un altro scorre la vita dell’autore-protagonista, “sorpreso” all’estero dalla guerra del 1967. In un percorso umano, denso di ricordi e di emozioni, il protagonista ritorna con un permesso speciale nel suo villaggio natale nei pressi di Ramallah, e con lo sguardo da esule, in un confuso riemergere di flashback, osserva la Palestina che non c’è più, e si confronta con quanti sono potuti rimanere nel proprio paese, inerti spettatori della loro storia.
Il racconto autobiografico, nonostante la drammaticità dei fatti, è strutturato con leggerezza e ironia, alle quali si aggiunge la vena poetica, genere preferito dello scrittore. Non a caso, Edward W.Said definisce Ho visto Ramallah come “uno dei resoconti più affascinanti e lirici che siano mai stati scritti sulla diaspora palestinese”.
A questo romanzo è stato assegnato nel 1997 il premio Mahfuz per la narrativa.
“Turchia Queer” di Deniz Nihat Aktan (Turchia), pubblicato il 16.11.24

Cosa significa essere LGBTI+ in Turchia? In che modo le persone LGBTI+ possono dire “esistevamo, esistiamo ed esisteremo” di fronte all’oppressione quotidiana? Come è percepito e articolato il queer, e cosa c’è di queer in Turchia? Riconoscere la peculiare posizione della comunità LGBTI+ in Turchia all’interno della comunità LGBTI+ transnazionale è il primo passo verso una solidarietà orizzontale. Questo libro si propone di contribuire a tale sforzo. A causa della sua posizione geografica, la Turchia è spesso descritta come ponte fra Asia ed Europa. Il concetto di ponte suggerisce un senso di connessione, una connotazione positiva: ha lo scopo di collegare terre, intrattenere relazioni e consentire alle persone di attraversare i confini. Ma cosa ne è del ponte stesso? Cosa succede sul ponte? Anche la costruzione di una solidarietà queer transnazionale può essere intesa come un atto di collegamento. Turchia Queer invita chi legge a essere parte del ponte, a solidarizzare e a unirsi all’azione.
“Malaz. La città della rinascita” di Ahmad Salah al Mahdi (Egitto), pubblicato il 27.11.24

In questo romanzo post-apocalittico le cui atmosfere hanno molto in comune con la famosa serie Mad Max, ci troviamo catapultati nell’Egitto del futuro, dopo il collasso della civiltà moderna come la conosciamo noi ora. Il clima è completamente diverso, fa freddo anche durante il giorno e tutto è ricoperto di nuvole, rimasugli di un inverno nucleare. L’unico posto sicuro, al Nord, è la città di Malaz, cinta da alte Mura e protetta dai suoi guerrieri, i temibili Sayyadin, i Cacciatori. A Malaz vive Qasim, un nabbash, uno spazzino, che nonostante la povertà sa leggere e scrivere, ed è anche un esperto meccanico e metallurgista autodidatta. Riuscirà il giovane Qasim, il lupo solitario, come lo chiamano tutti, a salvare la sua città, la sua famiglia e i suoi amici dal pericolo proveniente dal Sud?
“Chadži-Murat” di Lev Tolstoj (Russia)

Un grande racconto di avventure e di vendette, di coraggio e di tradimenti. La storia tragica e sublime del capo caucasico Chadzi Muràt e della sua lotta senza speranza contro l’esercito russo.
Le 5 Menzioni d’onore
“La mandorla” di Nejma

Il più bel romanzo “erotico” letto quest’anno, capace di andare oltre gli stereotipi del genere e raccontare al meglio la società di Tangeri vista dagli occhi di una donna marocchina; molto interessante anche il rapporto della protagonista con l’Islam, mai negato e raccontato da una prospettiva nuova molto vicina all’essere umano
“Case di sale” di Hala Alyan

Un romanzo che racconta la storia di una famiglia palestinese in esilio nel corso di 3 generazioni senza aver paura di mostrare il lato più umano tanto nella gioia quanto, purtroppo, nella tristezza. Un testo onesto, genuino e schietto, capace allo stesso tempo di comunicare perfettamente i sentimenti dei personaggi come se li stesse vivendo lui stesso.
“I drusi di Belgrado” di Rabee Jaber

Un romanzo in grado di stupire per l’incipit ed in grado di confermare il tutto grazie ad una serie di mosse brillanti ed inaspettate dell’autore, che sceglie il Libano ed i drusi come punto di partenza per raccontare i Balcani ottomani e la loro complessità (specialmente in fatto di giustizia).
“Un matrimonio benedetto” di Ngugi wa Thiong’o

Per quanto non abbia assolutamente apprezzato la scelta degli editori del far passare una raccolta di racconti per un romanzo vero e proprio, Ngugi wa Thiong’o risulta davvero brillante nel raccontare il proprio paese ed il suo rapporto con coloni e colonizzazione, mettendo in prima luce figure spesso marginali come donne ed abitanti delle campagne.
“Il palazzo dei sogni” di Ismail Kadare

Anche in questo caso un incipit davvero interessante ed in grado di farci vivere l’Impero ottomano con delle dinamiche nuove dal retrogusto fantascientifico; la scelta del focalizzarsi sulla nobiltà ed il popolo albanese lo rende poi un romanzo davvero affascinante per comprendere lo strano rapporto (tutt’oggi esistente) fra Albania e Turchia.
È arrivato il momento che stavi aspettando:
La lista dei 5 libri più belli del 2024
Al 5° posto: “Polvere d’oro” di Ibrahim al Koni

Il più bel romanzo tuareg che abbia mai letto, in grado di travolgere il lettore nella tragedia annunciata del povero Ukhayyad e del suo magnifico cammello; lettura che consiglio a tutti per semplicità, bellezza e pathos.
Al 4° posto: “Chadži-Murat” di Lev Tolstoj

Romanzo per tanti versi molto simile a “Polvere d’oro”, ma con il valore aggiunto di raccontare una vicenda dal valore storico ed in un territorio forse ancor meno raccontato del Sahara; il suo essere abbastanza corto lo rende anche un libro perfetto per avvicinarsi al grande romanziere russo e perfetto tanto per chi cerca una lettura impegnativa quanto per chi è alla ricerca di relax.
Al 3° posto: “Shubbek Lubbek” di Deena Mohamed

La graphic novel più bella che abbia mai letto, in grado non solo di dare un’umanità mai vista ai propri personaggi, ma anche di dar vita ad un nuovo (e straordinario) modo di far fantascienza. Un’opera sublime, che per mesi e mesi ha rischiato di vincere persino il premio di libro più bello del 2024.
Al 2° posto: “Ho visto Ramallah” di Murid Al Barghuthi

Un capolavoro sotto ogni punto di vista, ogni singola frase di questo libro pressa da sola sarebbe una citazione dalla bellezza sopraffina ed il fatto di esser, de facto, l’autobiografia di uno dei maggiori poeti palestinesi del ‘900 lo rende qualcosa di imperdibile.
Al 1° posto:
“Il racconto di un muro” di Nasser Abou Srour

Il libro più bello, necessario e doloroso fra tutti quelli citati. “Il racconto di un muro” è la prima e forse unica opera di Nasser Abou Srour, in carcere dal 1993, una condizione che racconta purtroppo molto bene quella di molti palestinesi (e fino al 5 dicembre di tanti siriani) che hanno trascorso più tempo in carcere che in libertà. La lirica di Abou Srour da questo punto di vista è qualcosa di straziante e sublime in grado di far comprendere davvero cosa sia la libertà.
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