“Il racconto di un muro” di Nasser Abu Srour

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“Il racconto di un muro” di Nasser Abu Srour è l’autobiografia di un palestinese condannato all’ergastolo con le sue sofferenze e l’amore per una donna

Il racconto di un muro

Nasser Abu Srour, detenuto in una prigione israeliana dal 1993 e condannato all’ergastolo, con questa ode alla libertà ci fa sentire, alta e forte, la voce di una Palestina destinata a “fare a pezzi l’immagine stereotipata che ci vede come un Oriente barbaro, bisognoso di una guida che metta un freno alla sua brutalità e alla sua atavica arretratezza”.

E chiamando a raccolta Mahmud Darwish e i poeti preislamici, ma anche Søren Kierkegaard, Karl Marx, Sigmund Freud e un pizzico di Italia, ci consegna la storia dell’amore per una donna, un amore più potente delle sbarre, delle catene e delle quattro mura di una prigione, perché “quando ami, sei il tuo tempo e sei il tuo spazio, niente ti delimita, niente ti si oppone, prima di te non c’è nulla e non c’è nulla dopo di te”.

Il significato dell’ergastolo

Senza girarci troppo attorno: “Il racconto di un muro” è, a livello emotivo, uno dei libri che mi ha più colpito negli ultimi 3 anni per intensità e, soprattutto, per il dolore provato nel leggerlo. La biografia di Nasser Abu Srour racconta infatti di una delle peggiori disgrazie che ogni essere umano possa vivere: l’ergastolo (a maggior ragione se il carcerato è palestinese ed il penitenziario israeliano). Spesso e volentieri non ci rendiamo infatti conto di quanto siamo fortunati a compiere gesti semplici come essere liberi di andare dove ci pare ed amare come più ci piace, elementi che qui vengono fuori in tutta la loro immensità.

Una delle pochissime foto di Nasser Abu Srour

La cosa davvero affascinante del libro è che, in realtà, nella prima parte del testo l’autore accetta, seppur con mille ed una rinunce e sofferenze, la sua condizione di ergastolano, tanto che il tempo scorre molto rapidamente, permettendo al lettore di focalizzarsi sulle condizioni sociali e storiche dei detenuti; sarà l’incontro con Nanna a cambiare ogni cosa ed aprire ogni ferita presente nel cuore di Nasser. Trovare la propria anima gemella che ama solo te ed essere impossibilitato persino al toccarla per via della propria condanna è un dolore che ha pochi pari nell’universo; ti fa sentire del tutto impotente, come un uccello che per prima volta comprende le sue ali e si rende conto di esser condannato ad una prigionia eterna. Il finale, nella sua magnifica semplicità, è qualcosa di straziante ma che, proprio per questo, va assolutamente letto.

Una lettura dolorosa ma (davvero) necessaria

“Il racconto del muro” è un libro scritto intensamente e magistralmente, ma è per tutto il sangue che fa sgorgare dal cuore che diventa una lettura imprescindibile. È un libro vero, figlio di un uomo che dal 1993 non è libero e che proprio grazie a questo testo ha fatto volare la sua anima lontano, prima nella scrittura e poi grazie alla fama suscitata dalla sua storia.

Sapere che Nasser Abu Srour, nonostante tutto questo, sia ancora condannato all’ergastolo, sapere che è ancora oggi condannato ad una sofferenza eterna è qualcosa che non può far a meno di portare ad una riflessione su sé stessi e su come si stia occupando il proprio tempo nel mondo. Vedere chi non ha nessuna libertà non può che essere una spinta a far di più, quantomeno per ringraziare l’Onnipotente per l’opportunità che noi abbiamo e che a Nasser non è stata concessa. Tutto ciò ovviamente senza dimenticare la causa palestinese, qui presente soprattutto nella prima parte, e le ricadute che quest’ultima ha su un sistema già di per sé opprimente come quello carcerario.

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