“Non scusarti per quello che hai fatto” di Mahmoud Darwish

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“Non scusarti per quello che hai fatto” è una delle ultime opere di Mahmoud Darwish, in grado più che mai di mettere in luce l’aspetto meno militante e più interiore del grande poeta palestinese

Non scusarti per quello che hai fatto

L’opera di Mahmud Darwish, allo stesso artistica e politica, è caratterizzata dalla transizione dalla fase rivoluzionaria e patriottica degli esordi (la “poesia della resistenza”) alla rielaborazione del dramma palestinese “attraverso una ricerca estetica che si appropria di motivi sia simbolisti che epici” (Simone Sibilio). È un passaggio graduale, che ha allontanato Darwish dall’immagine del poeta militante e gli ha spesso attirato critiche da parte dei lettori, infine persuasi che anche un “poeta nazionale” debba essere soprattutto un poeta. Nell’ultima produzione di Darwish la scrittura è incentrata sulla complessità dell’esistenza, sul dialogo tra il sé e l’altro e sull’osservazione dell’umanità attraverso la descrizione di luoghi storici, mitici e del quotidiano. A questa fase appartiene la raccolta “Non scusarti per quello che hai fatto”, pubblicata nel 2004, pochi anni prima della morte del poeta. È un’opera densa di di meditazioni sulla vita e sulla fine, sui temi, da sempre centrali nella scrittura di Darwish, della memoria e dell’esilio, del tempo e dell’assenza, della perdita e dell’identità, dell’appartenenza e della nostalgia. I testi, colmi di profumi, di immagini, di oggetti quotidiani e azioni minime, di metafore e mistero, sono modulati su toni a volte più meditativi e tendenti alla prosa a volte spiccatamente lirici: vi si avverte chiaramente il ritmo da cui il poeta, “l’indeciso tra prosa e poesia”(In presenza d’assenza, 2006), si sente da sempre abitato.

I saluti di Mahmoud Darwish

Non scusarti per quello che hai fatto” è l’ultimo libro pubblicato in Italia di Mahmoud Darwish ed allo stesso tempo uno degli ultimi in assoluto scritti dal grande autore palestinese, elemento percepibile e visibile più che mai all’interno della stessa opera. A differenza de “Il giocatore d’azzardo“, una delle sue ultimissime opere pubblicate, in cui Darwish scrive essenzialmente una sorta di “testamento poetico”, in “Non scusarti per quello che hai fatto” si ha come la percezione di essere qualche passaggio prima, quasi come se la marea raccogliesse a sé le idee facendo mente locale prima di rilasciare la definitiva onda.

Mahmoud Darwish

Non è un caso che, più che in tante altre opere, vi siano molti richiami a poeti o a luoghi che, nel corso del tempo, si sono legati alla sua storia, come ad esempio: la Siria, Tunisi, l’Egitto, Ritsos o al-Sayyāb (caratteristica vista di recente anche ne “Di tutte le lotte” del poeta marocchino Abdellatif Laabi).

Un linguaggio meno militante e più poetico

L’elemento paradossalmente un po’ assente, almeno in modo diretto, è proprio la Palestina, ma ciò è dovuto anche all’evoluzione stilistica dello stesso Darwish che, dopo anni di assoluta centralità politica ed una lirica legata soprattutto alla resistenza palestinese, sfruttò i suoi ultimi anni per tirar fuori il proprio lato meno militante e più puramente poetico.

Non scusarti per quello che hai fatto

Se da un lato viene quindi un po’ meno l’energia che lo rese famoso con poesie come “Carta d’identità”, dall’altro in “Non scusarti per quello che hai fatto” si viene spesso e volentieri a contatto con il suo lato più dolce, fornendo al lettore un’ulteriore chiave di lettura per l’anima di uno dei più grandi poeti contemporanei. Inutile dire che, come tutti i libri di Darwish, anche quest’ultimo non può assolutamente mancare nella vostra libreria, tanto più che, essendo bilingue, avrete anche la possibilità di leggere il testo in arabo e gustarne la profonda musicalità.

4 poesie:

Al nostro paese

“Al nostro paese,
quello vicino alla parola di Dio
un soffitto di nuvole,
al nostro paese,
quello distante dagli attributi del nome
la mappa dell’assenza,
al nostro paese,
quello minuscolo come un seme di sesamo
un orizzonte celeste… e un abisso nascosto,
al nostro paese,
quello povero come le ali di un gallo cedrone
libri sacri… e una ferita nell’identità,
al nostro paese,
quello circondato da colline dilaniate
l’imboscata di un nuovo passato,
al nostro paese, bottino di guerra,
la libertà di morire di brama e di struggimento.
Il nostro paese, nella sua notte insanguinata,
è un gioiello che brilla per le distanze più lontane
e illumina ciò che è al di fuori di lui…
Quanto a noi, dentro,
soffochiamo ogni giorno di più!”

Non hanno domandato: che cosa c’è oltre la morte

“Non hanno domandato: “Che cosa c’è oltre la morte?”.
Memorizzavano la mappa del paradiso più
del libro della terra, angosciati da un’altra domanda:
“Che cosa faremo prima di questa morte?”. Vicino
alla nostra vita viviamo, e non viviamo. Come se le nostre vite
fossero lotti di deserti contesi
tra gli dèi degli immobiliaristi, e noi gli antichi vicini della polvere.
Le nostre vite sono un fardello per la notte dello storico: “Ogni volta
che le nascondo, spuntano dall’assenza”.
Le nostre vite sono un fardello per il pittore: “Le dipingo,
poi divento uno di loro e mi avvolge la nebbia”.
Le nostre vite sono un fardello per il generale: “Come fa il sangue
a scorrere da un fantasma?” Ma è come la spieghiamo noi
la nostra vita. Vogliamo
vivere un po’, non per altro… se non per rispettare
la resurrezione dopo questa morte. Hanno citato,
spontaneamente, le parole del filosofo: “La morte
non significa niente per noi. Noi esistiamo e lei no.
La morte non significa niente per noi. Lei esiste e noi no”.
Poi hanno risistemato i loro sogni
in un altro modo. E si sono addormentati in piedi!”

Niente mi piace

“”Niente mi piace,”
dice il viaggiatore sull’autobus: “Non la radio
né il giornale del mattino, né le cittadelle sulle colline.
Voglio piangere”.
L’autista dice: “Aspetta di arrivare alla stazione, poi
piangi da solo quanto vuoi”.
Una donna dice: “Neanche a me. Niente
mi dà piacere. Ho fatto strada a mio figlio alla mia tomba,
gli è piaciuta e si è messo lì a dormire, senza salutare”.
Uno studente universitario dice: “Neppure io provo
piacere in alcuna cosa. Ho studiato archeologia ma non ho trovato
identità nella pietra. Sono io
davvero io?”. E un soldato dice: “Neanche a me. Niente
mi da piacere. Cingo sempre d’assedio un fantasma
che mi assedia”. L’autista infastidito dice: “Eccoci qua
quasi vicino alla nostra ultima fermata, preparatevi
a scendere”…
E quelli si mettono a urlare: “Vogliamo quello che c’è
oltre la stazione, continua!”.
Quanto a me dico: “Fammi scendere qui. Sono
come loro, niente mi piace, ma sono sfinito dal viaggio”.”

In Egitto

“In Egitto le ore non si assomigliano…
Ogni minuto è un ricordo rinnovato dagli uccelli del Nilo.
Ero laggiù. L’Essere Umano inventava
il Dio-Sole. Per sé nessuno ha un nome.
“Sono figlio del Nilo – questo nome mi basta.”
E dal primo istante che chiami te stesso
“figlio del Nilo” per evitare il fardello del nulla.
Laggiù, vivi e morti raccolgono insieme
le nuvole di cotone dalla terra dell’Alto Egitto,
e piantano il grano nel Delta.
E tra vivi e morti che lo abitano,
vi è il cambio della guardia per la difesa delle palme.
Tutto è sentimentale in te, poiché cammini sulla punta dei piedi della tua anima
nelle gallerie del tempo.
Come se tua madre Egitto
ti avesse generato fiore di loto prima della tua nascita.
Ti riconosci adesso? L’Egitto si siede
di soppiatto con sé stesso: “Nulla mi assomiglia”.
E rammenda il mantello dell’eternità forato
fronteggiando uno dei sentieri del vento. Lì c’ero stato.
Il genere umano scriveva la saggezza della Morte-Vita.
Tutto è sentimentale, illuminato dalla luna… eccetto la poesia
che, curandosi del suo domani, pensa all’eternità
e parla della sua fragilità davanti al Nilo…”

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