“Capodanno a Istanbul” di Ahmet Ümit

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“Capodanno a Istanbul” di Ahmet Ümit è un giallo che porterà il lettore a due passi da Taksim per scoprire da vicino la mafia locale e le tante realtà marginalizzate della città

Capodanno a Istanbul

Istanbul, 2013. Un gruppo di giovani, che come polline nell’aria a primavera si moltiplica fino a diventare migliaia, protesta contro l’abbattimento di 600 alberi a Gezi Park, in piazza Taksim, dove l’amministrazione ha deciso di costruire un centro commerciale al posto di un bellissimo giardino. La mobilitazione civile dilaga in tutto il paese. La posta in gioco non è solo la cementificazione di un parco, ma quella dell’anima del popolo turco. La notte di Capodanno i fatti di Gezi Park sono ancora nell’aria. Fiocchi di neve al posto del polline. Il commissario Nevzat riceve una chiamata: un uomo è stato assassinato a Beyoglu, dove la Torre di Galata guarda il Bosforo dall’alto. Il mistero che avvolge quel cadavere è lo stesso che ha trasformato il luogo più affascinante del mondo in un quartiere preda della speculazione edilizia, dove il passato e il presente di una città e di una nazione si danno la mano.

Un giallo nell’anima popolare (e malavitosa) della città

“Capodanno a Istanbul” di Ahmet Ümit, anche se dal retro di copertina non si direbbe, si svolge soprattutto a Tarlabaşı, quartiere storico della città, legato prima alla sua anima greca ed armena ed oggi a tutte le realtà marginalizzate (fra cui quella curda) che popolano Istanbul. Proprio in questo particolare luogo avviene l’omicidio di Engin, personaggio legato alla malavita che permetterà al commissario Nevzat di scoperchiare un substrato cittadino sconosciuto ai più ma che, anche per via della selvaggia speculazione edilizia in corso, risulta uno dei più importanti e centrali per il presente ed il futuro della città.

Capodanno a Istanbul

Mantenendo fede al suo stile, Ahmet Ümit sfrutta l’idea del giallo per raccontare tematiche imprescindibili e spesso nascoste della città come: i centri sociali ed il loro ruolo nelle rivolte di Gezi Park, il pogrom del “64 ai danni della comunità greca e la figura del kabadayı, una sorta di “boss mafiosi” molto simili ai futuwwat egiziani di Mahfuz o ai “capi quartiere” che ancora oggi si possono osservare in tante città del mondo. Un’esperienza davvero bella e piacevole del quale però non posso dire altro per non correre il rischio di potenziali spoiler e che, proprio per questo, vi consiglio caldamente di leggere di persona.

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