Storia del popolo Rom

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La storia del popolo Rom, ancora oggi il più perseguitato d’Europa

Fonti autorevoli

Di solito non metto mai le fonti perché sono in gran parte rielaborazioni di alcuni testi di Wikipedia inglese, ma oggi sono felicissimo di consigliarvi “Rom, genti libere” di Santino Spinelli, testo fondamentale per capire la storia e la cultura Rom senza pregiudizi, facendola raccontare da uno dei più celebri ed importanti Rom italiani. Nel libro ci viene infatti raccontata la cultura di questo popolo a 360° gradi, unendo, alla mera narrazione storica che vedrete in questo articolo, anche studi sulla lingua, sulle tradizioni e su alcune criticità che ancora oggi colpiscono questa comunità. In futuro ne parleremo certamente più approfonditamente, nel frattempo vi lascio alla loro storia.

Origini indiane

Al contrario di quello che si è per secoli pensato, il popolo Rom non è originario dell’Egitto, bensì dell’India Nord-Occidentale, in una regione molto vasta che comprende luoghi come il Sindh (da cui il termine “Sinti”, volto ad indicare uno dei popoli romanes), il Punjab e l’Uttar Pradesh, appartenenti oggi a Pakistan ed India. In origine i Rom non erano un vero e proprio gruppo etnico, ma diverse genti appartenenti ai ranghi più nobili della popolazione autoctona che, per svariati motivi, iniziarono ad emigrare verso la Persia a partire dal 3° secolo in veste di musicisti, cantanti e danzatori; professioni che continuano ancora oggi. Da sottolineare un dato molto importante e poco conosciuto (specie in Italia): al contrario di quel che si pensa, il popolò Rom non è nomade per natura come ad esempio i tuareg e nel corso dei secoli il nomadismo fu indotto piuttosto dalle persecuzioni con cui vennero colpiti in gran parte dei luoghi ove si recarono; a testimonianza di ciò, termini come “villaggio”, “re”, “terra”, etc… sono fra i più antichi in lingua romanì ed è quindi estremamente improbabile che essi li abbiano incontrati a secoli di distanza.

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Mahmud di Ghazna in India

Tornando alla nostra storia, secondo i romanologi, il momento clue per la diaspora Rom fu l’assedio di Kannauj portato avanti da Mahmud di Ghazna fra il 1018 ed il 1019. Il grande sovrano afghano annientò la città e gli altri regni dell’India Nord-Occidentale, portando in migliaia ad emigrare nuovamente verso la Persia, i più fortunati come uomini liberi e tanti altri come schiavi.

Dalla Persia ai Bizantini, la nascita degli “zingari”

Una parte di loro rimase in Persia e nel Medio Oriente, dando vita ad una comunità che ad oggi conta circa 2,2 milioni di individui sparsi in tutto quel territorio, mentre un’altra migrò prima in Armenia e poi nell’Impero bizantino. Quest’ultimo fu determinante in quanto fu all’origine di due termini diversi: “Rom” e “Zingari”; il primo non è null’altro che la trasformazione del termine “Dom” in “Rom”, avvenuta per via dell’influenza greca ed armena, mentre il secondo non nacque per designare il popolo Rom, ma a loro fortemente si legò.

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Tale parola in origine era “Ἀθίγγανοι” “Athinganoi”, ovvero “coloro che non vogliono farsi toccare” ed indicava una specifica comunità cristiana che popolava l’Anatolia. Secondo la tradizione, praticavano qualche tipo di magia e divinazione, onoravano lo Shabbat ed erano prevalentemente nomadi, spostandosi spesso di città in città. Se inizialmente tale comunità venne tollerata, con il passare del tempo i Bizantini li videro con sempre maggiore astio, arrivando a vere e proprie deportazioni nell’attuale Bulgaria e venendo in generale profondamente discriminate. Come già accennato prima, questo termine inizialmente non indicava in alcuna maniera il popolo Rom, ma iniziò a farlo solo dal XIV secolo, periodo in cui questi vennero ancor più a contatto con la realtà bizantina.

L’arrivo in Europa: l’Europa orientale e la schiavitù

Nel corso di qualche decennio i Rom si diffusero in gran parte dell’Impero bizantino, giungendo sino ai suoi territori balcanici, allora contesi da diversi principati facenti oggi parte di Serbia, Romania, Moldavia e Ungheria. Tali luoghi si riveleranno purtroppo determinanti per la loro storia, in quanto da lì inizierà uno dei momenti più vergognosi e dimenticati della storia europea: la schiavitù del popolo Rom, che andò avanti sino al XIX secolo. Tale genti giunsero qui libere ma, a seguito dei sempre più frequenti attacchi dei nuovi principati verso l’Impero, vennero incatenate e, successivamente, schiave. Nell’Europa orientale era infatti pratica comune schiavizzare i prigionieri “non cristiani” e, vista la “misteriosa” natura dei Rom, la nobiltà locale colse la palla al balzo per procurarsi manodopera a bassissimo costo.

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A testimoniare tutto ciò, sono presenti innumerevoli documenti che provano, fra le altre cose, il ruolo centrale della chiesa locale nel favorire tale pratica, venendo lei per prima onorata con la donazione di moltissimi Rom a monasteri. I signori locali non avevano diritto di vita e di morte ed il solo obbligo di vestire e nutrire (a loro discrezione) gli schiavi, salvo questi aspetti, però, ai Rom erano inflitte le peggiori pene ed umiliazioni, tanto che non era raro trovare uomini castrati per la volontà del padrone. Tale indegna condizione andò avanti sino all’arrivo dell’Impero asburgico, il primo ad intervenire con forza contro questa piaga, che, per quanto riguarda la Romania, vedrà la sua fine completa solo nel 1864. Va sottolineato che, seppur non più schiavi, i Rom continuarono ad essere profondamente discriminati.

L’arrivo in Europa: l’Europa occidentale ed il razzismo

Le primissime testimonianze certe dell’arrivo delle popolazioni romanes in Europa risale al 1401, anno in cui vennero per la prima volta avvistate in Polonia, i successivi avvistamenti furono poi: in Germania nel 1407, in Francia nel 1419, in Spagna nel 1425, in Russia nel 1501, in Inghilterra nel 1514 ed in Finlandia nel 1584. Nel Bel Paese la questione è un po’ meno precisa, in quanto nel 1382 nacque nei pressi di Chieti un certo “Antonio Solario”, soprannominato “lo Zingaro Pittore”, ma la prima testimonianza ufficiale della presenza romanes risale al 1422. Giungevano in piccoli gruppi ed inizialmente furono molto ben accolti da gran parte di questi territori, ove si dichiararono “sovrani del Piccolo Egitto”, godendo presto di doni e favori che gli consentirono di girare in pace per tutta l’Europa; molti di loro operarono anche come soldati all’interno dei vari eserciti nazionali, riuscendo anche a conquistare buona fama e successo. Poco dopo l’iniziale fascinazione e curiosità iniziarono a sorgere sentimenti anti-Rom sempre più forti e violenti e nel 1416 arrivò il primo bando tedesco, a cui, nel corso degli anni, ne seguirono ben 47 sempre più brutali e violenti, come quello del 1498, che decreta la possibilità di uccidere e bruciare dei Rom senza paura di alcun tipo di pena.

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Nel 1492 vengono scacciati dalla Spagna. Nel 1558 il Senato di Venezia ordina che “Li detti Cingani possono essere impuni ammazzati, si che li interfattori per tali homicidi non abbino a incorrer in alcuna pena.” Nel 1560 l’arcivescovo svedese Laurentius Petri proibisce battesimo e sepoltura alle famiglie romanes. Nel 1568 vengono banditi dai territori della Chiesa. Nel 1580 in Germania, Olanda e Svizzera si organizzano battute di “caccia allo zingaro”. Nel 1585 il Portogallo li deporta in Angola e Brasile per lavorare nelle piantagioni; destino simile si verifica anche in Inghilterra nel 1665, in Scozia nel 1715 ed in Francia nel 1724, naturalmente variando il luogo di deportazione in base alle colonie. Nel 1693 il Ducato di Milano autorizza ogni cittadino “d’ammazzarli impune e levar loro ogni sorta di robbe, bestiame e denari che gli trovasse…”. Nel 1721 l’imperatore del Sacro Romano Impero ordina lo sterminio di tutte le famiglie romanes: gli uomini vengono giustiziati ed a donne e bambini viene tagliato l’orecchio. Nel 1725 il re di Prussia condanna all’impiccagione tutti i Rom maggiorenni.

Samudaripen, l’Olocausto Rom

Tutti questi provvedimenti radicheranno nelle menti della popolazione europea, specie quella germanica, l’idea che i Rom siano una popolazione diversa, dalle chiare caratteristiche negative e vero e proprio problema dell’ordine pubblico e locale. Ciò porterà nel corso dei decenni a teorie sempre più strampalate e criminali che si svilupperanno fino alla creazione del Samudaripen, conosciuto anche come Porrajmos, il genocidio dei popoli Rom durante la Seconda guerra mondiale. La cosa disgustosa e che vale la pena notare è che non fu solo la Germania ad emanare editti di stampo nazista verso i Rom, ma lo fecero anche paesi come la Svizzera, che istituì un’associazione benefica, la “Pro Juventute” che de facto rapiva i figli delle famiglie romanes e che fu attivo fino al 1973. Inoltre è davvero impossibile non citare il fatto che la Svezia nel 1934 iniziò una sterilizzazione forzata delle donne Rom che continuerà sino al 1975.

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Robert Ritter identifica una donna rom con un poliziotto

Tornando al Samudaripen, nel 1935 la Germania promulga le Leggi razziali di Norimberga, nel 1936 viene istituita l'”Unità di Ricerca di Igiene Razziale e di Biologia Demografica” sotto la guida dei famigerati Robert Ritter ed Eva Justin, che si occuperanno soprattutto di sradicare a 360° gradi il popolo e la cultura Rom. Nel 1937 il governo nazista toglie ogni diritto civile ad ebrei e Rom. Le stime riguardo ai morti romanes sotto la persecuzione nazista sono varie e vanno dai 220’000 al milione e mezzo di persone uccise; ad oggi, nonostante prove lampanti ed evidenti, il governo tedesco si ostina a non riconoscere queste vittime, evitando di fornire così qualsiasi risarcimento economico per le perdite arrecate.

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