“Buskashì” di Gino Strada

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Buskashì è uno dei testi più belli mai scritti da Gino Strada, in grado non solo di farci scoprire il suo viaggio in Afghanistan post 11 settembre, ma anche di farci interrogare sul senso della guerra

Buskashì

Il buskashì è il gioco nazionale afgano: due squadre di cavalieri si contendono la carcassa di una capra decapitata. È un gioco violento e senza regole: l’unica cosa che conta è il possesso della carcassa, o almeno di quello che ne resta, al termine della gara. È come il tragico gioco a cui partecipano i numerosi protagonisti del conflitto afgano, una partita ancora in corso, solo che al posto della capra c’è il popolo dell’Afghanistan. Buskashì è la storia di un viaggio dentro la guerra, che ha inizio il 9 settembre 2001, con l’assassinio del leader Ahmad Shah Massud, due giorni prima dell’attentato di New York. Un viaggio ‘clandestino’ per raggiungere l’Afganistan mentre il Paese viene abbandonato da tutti gli stranieri e si chiudono i confini. L’arrivo nella valle del Panchir, l’attraversamento del fronte sotto i bombardamenti per raggiungere Kabul alla vigilia della disfatta dei talebani, la conquista della capitale da parte dei mujaheddin dell’Alleanza del Nord, la Kabul ‘liberata’: l’esperienza della guerra vista dagli unici testimoni occidentali della presa di Kabul. Un viaggio nella tragedia delle vittime, e insieme una riflessione sulla guerra, sulla politica politica internazionale, sull’informazione e sul mondo degli aiuti umanitari.

“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”

La frase è una delle più celebri mai prodotte dal grande Mahatma Gandhi e credo che sia la più adatta per comprendere la portata delle azioni compiute da Gino Strada e da Emergency, gesti di semplice umanità che però non possono non colpire gli sguardi del resto dell’umanità che, per ignoranza, paura o convenienza, ha deciso di voltarsi dall’altra parte. Strada ed Emergency furono l’unica associazione umanitaria che, mentre tutti scappavano dall’Afghanistan dopo l’11 settembre, decise non solo di farvi ritorno, ma addirittura di riaprire l’ospedale di Kabul, luogo che di lì a poco si sarebbe riempito di innumerevoli morti e feriti. Il viaggio però non fu affatto semplice e metterà a dura prova i nervi e l’incolumità di Strada ed il suo equipe, dando ancor più valore a quest’impresa di semplice amore per il prossimo. Con la cancellazione di tutti i voli verso l’Afghanistan, infatti, il team dovette prima recarsi in Pakistan e poi da lì superare il confine attraverso i monti dell’Hindukush, trovando accordi di fortuna con diverse figure dell’esercito locale.

Buskashì
“Giustizia è regina delle virtù, per cui chi divenne giusto fu liberato da ogni vanità. Praticare giustizia è preferibile a un’intera esistenza di preghiere e di genuflessione. E la stessa generosità, non è, nei due mondi, virtù più alta della giustizia segretamente coltivata. […] Gli uomini eletti non ottennero giustizia da nessuno, ma resero giustizia a molti”.

Da “Il verbo degli uccelli” di Farid ad-Din Attar

A causa degli scontri, però, non poterono comunque dirigersi verso la capitale, ma si ritrovarono a passare intere settimane nel Panchir in uno degli ospedali di Emergency iniziando già lì a dare cure mediche alla stravolta popolazione. Sarà solo l’8 novembre che, grazie ad alcuni accordi con mujaheddin e talebani, si dirigeranno finalmente a Kabul, superando una zona di guerra e riuscendo a riaprire l’ospedale grazie all’appoggio del governo locale. Da segnalare che Strada ed i suoi vissero in prima persona anche uno dei momenti più difficili e drammatici del 21° secolo afghano, in quanto, proprio poco dopo che entrarono in città, quest’ultima verrà abbandonata dai talebani e parzialmente bombardata da Usa & co., facendo vivere a medici e personale ospedaliero alcuni dei giorni più pesanti e drammatici della loro intera vita.

La guerra fa schifo.

Non solo un diario di quei drammatici giorni, “Buskashì” è un testo che serve soprattutto a riflettere su cosa sia davvero la guerra e quali siano le conseguenze che lascia. Siamo abituati a leggere sui libri di storia che l’esercito x ha sconfitto quello y, ma in pochissimi si interrogano sull’effetto che spari, bombardamenti, embarghi o attacchi terroristici lasciano alla popolazione, l’elemento più numeroso, indifeso e statisticamente il più colpito. Buskashì ci butta tutto questo in faccia e ci toglie dai nostri piedistalli, portandoci a toccare con mano gli uomini e le donne che per i più si sono trasformati in numeri. Che colpa hanno gli studenti di una scuola bombardata, un bambino divenuto orfano ancor prima di nascere o anche semplicemente chi è stato costretto con la forza a scegliere da che parte stare? Le mine antiuomo sono davvero essenziali per gli “obbiettivi strategici”? Ma soprattutto: questi obbiettivi sono davvero più importanti della vita umana?

Buskashì

La risposta, almeno a livello personale, mi pare abbastanza scontata, ma proprio per questo non si deve mai smettere di applaudire Gino Strada e la realtà di Emergency, l’unica a non abbandonare gli afghani e gli altri popoli nel momento del bisogno, l’unica che, quando tutti e ripeto TUTTI per comodità, paura e convenienza, abbandonarono l’Afghanistan, non solo fece ritorno, ma fece anche carte false per ingrandirsi e dare il maggior sostegno possibile a chi davanti a sé vedeva solo un tunnel nero. Ovunque tu sia, possano i cuori di chi hai aiutato, con le azioni, con l’esempio o con gli scritti, non smettere mai di ringraziarti, senza di te e la tua associazione il mondo sarebbe sicuramente un posto peggiore e forse avremmo perduto la speranza.

Se siete curiosi di leggere questo libro o “Pappagalli verdi” vi invito calorosamente ad acquistarlo sul sito di Emergency, in questo modo potrete girare una parte dei fondi alla realizzazione dei progetti di questa grande associazione umanitaria.

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