Racconti dal libro: Atlante

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Il terzo dei miei racconti: la storia di Atlante

I miei racconti inediti

Quello che state per leggere è un mio racconto inedito tratto dal romanzo che ho iniziato a scrivere nell’estate del 2021. In esso una storia principale si alterna con svariati piccoli racconti (per ora da 3 a 5 per capitolo) che il protagonista narra al termine della giornata, ognuno con un suo preciso significato e “perché” all’interno della trama. A settembre del 2021 ho lanciato un sondaggio nel canale Telegram di Medio Oriente e Dintorni per capire quanti fossero interessati al progetto e, con mia grande gioia e sorpresa, vi sono stati molti voti e tutti positivi. Non volendo rivelarvi l’intera opera, ho scelto di mostrarvi solo i racconti, in modo tale da poter aver voi qualcosa di assolutamente nuovo ed inedito da leggere ed io una motivazione in più per portarlo avanti. La mia ambizione è quella di scrivere almeno un capitolo al mese e rendere così questa rubrica un appuntamento fisso, ma in ogni caso i racconti di ogni capitolo verranno caricati tutti insieme e solo ed esclusivamente se quest’ultimo è completamente terminato.

Proprio per tale motivo trovate già sul sito tutti i racconti del primo capitolo “La sabbia ed il viandante”: “Il tuareg e la voce del deserto“, “Creatura di sabbia“, “Atlante”, “L’isola che non c’è” e “Annibale“.

Buona lettura!

Atlante

Secoli orsono, v’era un gran sovrano a regnar su queste terre; possente, astuto, bello e desideroso di conoscenza, nulla e nessuno poteva contrastarlo e proprio per questo passava la maggior parte del suo tempo dedicando la propria mente a scienza e scoperte. Proprio dal connubio di queste sue passioni si fece strada il suo amore per l’astrologia, sapere che univa entrambi i fuochi del suo cuore, consentendogli di illuminare l’intera volta celeste. Dall’alto delle sue montagne, a Sud del mondo, si applicò più che mai ed in breve tempo conobbe ogni angolo del sublime cielo, iniziandosi a paragonare a quest’ultimo ed alimentando così la fiamma del proprio ego. 

A quell’epoca era in corso una disputa fra Signori della Fede e Signori della Scienza, il nostro sovrano scelse quest’ultimi e cadde con loro in battaglia, tanto umiliante quanto studiata. Lui, che tanto si riteneva sovrano della Volta celeste, fu costretto dall’Adoratore del Cielo a farsi carico di tale sublime soffitto, di modo da ricordarsi per sempre la differenza fra lui e lei.

Passarono i secoli e nulla cambiò, fino a quando, un giorno, giunse qui un uomo dalla pelle bianca e la barba folta, qui giunto alla ricerca delle mele dell’Eden, che solo un grande astronomo come il nostro sovrano avrebbe potuto indicargli. Questi giunse con molti vezzeggiativi e lodi per il povero infelice, ridando vita alla ubris che fu causa della sua fine e spingendolo così ad accordo: il nuovo arrivato avrebbe tenuto il Cielo mentre l’antico signore si sarebbe recato di persona nell’Eden per godere d’un po’ di pace e procurargli lui stesso le mele. Il viaggio paradisiaco rese il sovrano immemore del suo passato, annebbiando la sua mente con il vino del piacere e riportando l’ubris agli antichi ed infami livelli, spingendolo a rifiutare il divino compito e a desiderare più che mai la libertà assoluta della carne. Tuttavia, in mezzo al nero del proprio cuore, si fece strada anche un minuscolo punto bianco di purezza, che lo costrinse a tornare dall’europeo e realizzare il suo destino.

Una volta tornato, il vecchio arrogante disse che mai più avrebbe retto la Sublime Volta, abbandonando il nuovo arrivato a sé stesso per potersi dedicare alla verde ed umile terra. Pieno del nero della propria arroganza, era così convinto di aver risolto il proprio supplizio, ma ciò permise al suo bianco di farsi strada ed a Dio d’agire tramite l’uomo. Quest’ultimo gli chiese infatti di sostenere la Volta per qualche istante di modo da fargli sistemare meglio la propria giacca, nella sua estrema purezza il sovrano accettò e ciò si rivelò al tempo stesso la sua Fine ed il suo Inizio.

La nuova pena lo portò infatti a riflettere sul suo compito ed a riconsiderare sé stesso: Dio aveva scelto lui e solo lui per sostenere il Suo Cielo, aveva chiesto a lui e solo lui d’esser colonna portante della Propria creazione in un abbraccio senza fine, qual miglior prova d’Amore? Con il passare del tempo, il suo animo passò dall’esser quello d’un villano viziato a quello d’un sufi illuminato, tanto che, mentre contemplava la bellezza che portava fra le braccia, non poteva far a meno di pregare affinché finalmente il suo Signore si manifestasse. 

Fu così che, molti secoli dopo, dalle sabbie del deserto si apparve un uomo di incredibile purezza che recava il messaggio dell’Uno. Tanto forte fu il suo Messaggio, che si diffuse nel mondo intero, giungendo persino alle orecchie del nostro sovrano. Quest’ultimo, quando lo udì pianse lacrime senza sosta; aveva infatti compreso definitivamente che la sua grande punizione era in realtà il più grande degli onori e che mai a nessuno il Signore aveva concesso un dono tanto grande. A quel punto, la luce di Dio in persona gli apparve dinanzi e con il fuoco fuse il sovrano al Cielo, portando entrambi a Sé in tutt’Uno. 

Secondo alcune tradizioni locali, tuttavia, Dio trasformò l’antico sovrano in jinn e lo pose a guardia del suo domino, ponendo il suo trono sul monte Lakhbout e caratterizzando per sempre questo paese per fuoco, spirito e libertà. Ad ognuno il suo finale, solo Dio sa ma, potendo scegliere, quest’autore preferisce il primo. 

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