Letterine di Natale 2020 a tema libri

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Torna l’annuale appuntamento con i libri che più desidereremmo ricevere sotto l’albero. Quest’anno 3 liste di 5 libri: una di narrativa, una di poesia ed una di saggistica

Appuntamento annuale

Chi ci conosce lo avrà capito, i libri sono una delle nostre più grandi passioni e, con l’avvicinarsi del periodo natalizio, diventano uno dei regali più interessanti ed affascinanti da fare. In un mondo dove l’informazione usa e getta è una costante, il libro rappresenta un modo per fermare il tempo, godersi informazioni introvabili e trovare finalmente la pace. Per noi di Medio Oriente e Dintorni, è inoltre un’occasione fin troppo ghiotta per darvi una panoramica di alcuni nostri potenziali articoli per il 2020.

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3 dei testi di poesia

Vi proponiamo allora 3 liste (una di narrativa, una di poesia ed una di saggistica), ognuna composta da 5 libri; troverete sia la trama del libro/retro di copertina sia il perché ci incuriosisce tanto l’opera. Buona lettura.

Narrativa

“Labirinto” di Burhan Sönmez (Turchia)

Un giorno Boratin, un musicista blues che vive a Istanbul, si risveglia in ospedale avendo completamente perso la memoria: non sa più chi è, da dove viene, qual è il suo passato e quale la direzione del suo presente, non ricorda gli affetti più cari né le amicizie più prossime, e soprattutto si arrovella attorno a un interrogativo ossessivo e senza risposta: perché ha tentato il suicidio gettandosi già dal Ponte sul Bosforo? Attorno a questa costellazione di domande cerca di riprendere a vivere, riconquistando dimestichezza con volti, voci, spazi, storie, specchi, e in primo luogo con se stesso… Con ritmo incalzante e analisi cristallina, il romanzo di Burhan Sönmez ci restituisce le peregrinazioni di Boratin nei misteri dell’identità, fino alla domanda estrema: è più liberatorio per un uomo – e per una società – conoscere il proprio passato o dimenticarlo?

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Abbiamo visto questo libro dalle stories di Silvia Moresi e ce ne siamo subito incantati. La trama ci incuriosisce più che mai e non vediamo l’ora di ampliare la nostra conoscenza della narrativa turca con uno degli scrittori di maggior successo dell’ultimo decennio.

“Dizionario dei Chazari” di Milorad Pavić (Serbia)

Nel 1689, sulla scena danubiana della guerra russo-turca, si incontrano tre uomini: Avram Branković, che raccoglie vecchi scritti, l’insegnante turco di liuto Jusuf Masudi e l’ebreo Samuel Coen. Si sono visti nei sogni, si sono a lungo cercati e, quando si trovano, perdono la vita. Trecento anni più tardi tre studiosi si radunano a Istanbul: un egiziano, uno jugoslavo e un’ebrea polacca. I tre, come i loro predecessori, hanno a che fare con i Chazari, un popolo di origine incerta che tra il VII e il X secolo si era stabilito sul Mar Caspio. La leggenda narra che il loro sovrano, il kagan, avesse convocato i rappresentanti delle tre grandi religioni perché lo convincessero a convertirsi… Antologia dei sogni, manuale cabalistico, labirinto, gioco di specchi, romanzo d’avventure: il Dizionario dei Chazari è tutto questo e molto altro. E proprio come un dizionario contiene 47 lemmi in ordine alfabetico, con relativi riferimenti, fonti e appendici. Composto da un libro cristiano (rosso), uno islamico (verde) e uno ebraico (giallo), può essere letto dall’inizio alla fine. Ma ci si può anche perdere fra le sue pagine e cercare un proprio percorso.

Probabilmente ci sono arrivato cercando davvero i Cazari, fatto sta che solo leggendone il retro ne sono rimasto rapiti. Il libro di Pavić si pone infatti quasi come un gioco più come un libro, partendo peraltro da una storia che pare già riservare sorprese in autonomia. Quest’opera, inoltre, ci consente di mettere per la prima volta un piede nei Balcani, mancanza che ormai andava necessariamente colmata.

“L’illuminazione del susino selvatico” di Shokoofeh Azar (Iran)

Iran 1979. La famiglia di Bahar, un’eccentrica dinastia di mistici, poeti e filosofi, fugge da Teheran allo scoppio della Rivoluzione. Segnata da un terribile lutto – a raccontare la storia è il fantasma di Bahar stessa, arsa viva in un rogo in una sommossa -, si rifugia tra i boschi del Mazandaran, lontano da uomini e strade. Lo sperduto villaggio di Razan, immacolato e selvaggio, li accoglie all’ombra delle sue foreste millenarie, popolate da spettri e prodigi, vecchie leggende, le rovine di un antico tempio zoroastriano. Nel giro di un decennio, però, i tentacoli della nuova Repubblica Islamica giungono fino a loro, portando morte e distruzione, guerra e fanatismo, e spezzando per sempre l’equilibrio tra il mondo dei vivi e gli esseri della foresta. Anche la famiglia di Bahar verrà travolta e divisa, e ciascuno dei suoi componenti dovrà andare incontro da solo al proprio straordinario destino.

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Volevamo a tutti i costi prendere almeno un libro di un autore iraniano contemporaneo e questo ci sembrava la scelta più adatta. Oltre ad essere uno dei libri più celebrati degli scorsi anni, “L’illuminazione del susino selvatico” ci darà anche la possibilità di esplorare la leggendaria regione del Mazandaran, una delle regioni più storiche ed affascinanti di Persia.

“L’isola dei fucili” di Amitav Ghosh (India)

Commerciante di libri rari e oggetti d’antiquariato, Deen Datta vive e lavora a Brooklyn, ma è nato nel Bengala, terra di marinai e pescatori. Non c’è stato perciò tempo della sua infanzia in cui le leggende fiorite nelle mutevoli piane fangose del suo Paese, affascinanti storie di mercanti che scappano al di là del mare per sfuggire a dee terribili e vendicatrici, non siano state parte del suo mondo fantastico. In uno dei suoi ritorni a Calcutta, o Kolkata come viene detta oggi, Deen ha la ventura di incontrare Kanai Dutt, un lontano parente ciarliero e vanesio che, per sfidarlo sul terreno delle sue conoscenze del folklore bengali, gli narra la storia di Bonduki Sadagar, che nella lingua bengali o bangla significa «mercante di fucili». Bonduki Sadagar era, gli dice, un ricco mercante che aveva fatto infuriare Manasa Devi, la dea dei serpenti e di ogni altra creatura velenosa, rifiutando di diventare suo devoto. Tormentato dai serpenti e perseguitato da alluvioni, carestie, burrasche e altre calamità, era fuggito, trovando riparo al di là del mare in una terra chiamata Bonduk-dwip, «Isola dei fucili». Braccato, infine, di nuovo da Manasa Devi, per placare la sua ira, era stato costretto a far erigere un dhaam, un tempio in suo onore nelle Sundarban, nelle foreste di mangrovie infestate da tigri e serpenti. La leggenda del mercante dei fucili resterebbe tale per Deen, una semplice storia, cioè, da custodire nell’armadio dei ricordi d’infanzia, se il vanesio Kanai non aggiungesse che sua zia Nilima Bose ha visto il tempio e sarebbe ben lieta se Deen l’andasse a trovare. Comincia così, per il commerciante di libri rari di Brooklyn, uno straordinario viaggio sulle tracce di Bonduki Sadagar che dalle Sundarban, la frontiera dove il commercio e la natura selvaggia si guardano negli occhi, il punto esatto in cui viene combattuta la guerra tra profitto e Natura, lo porterà dall’India a Los Angeles, fino a Venezia. Un viaggio mirabolante, che attraverserà secoli e terre, e in cui antiche leggende e miti acquistano un nuovo significato in un mondo come il nostro, dove la guerra tra profitto e Natura sembra ormai non lasciare più vie di scampo al di là dei mari.

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Facciamo sempre lo stesso discorso: volevamo scoprire quest’area e questo libro ci sembrava più adatto. Amitav Ghosh è infatti uno degli autori di etnia bengalese più noti ed apprezzati al mondo e, in questo suo ultimo romanzo, si immergerà appieno nella sua cultura natale. La presenza tanto forte di una leggenda locale è stato il tocco finale che ha definitivamente conquistato la nostra curiosità e la nostra fantasia.

“Sull’ansa del fiume” di V.S. Naipaul (Trinidad and Tobago)

Attratto da un richiamo fatale nel cuore dell’Africa, il giovane Salim, indiano di fede musulmana, lascia la costa orientale del continente per rilevare da un amico di famiglia un eccentrico bazar in riva a un fiume punteggiato dalle “isole scure” dei giacinti e circondato da un paesaggio primordiale di foreste, torrenti nascosti e impervi, canali infestati da zanzare e solcati da chiatte, buganvillee rigogliose, tramonti velati di nuvole lungo le rapide. Qui cercherà di contribuire, con pochi sodali, all’evoluzione di una società travolta da recenti tumulti. E in un primo momento la comunità dell'”ansa del fiume” – così come l’intero paese sembrerà avviarsi a un promettente progresso. Ma quello slancio innovatore, fagocitato dal Grande Uomo (nel quale non è difficile riconoscere il dittatore Mobutu), si convertirà presto in un futurismo grottesco (il “radioso avvenire”); e, unito alla feroce rabbia accumulata nel periodo coloniale e a un equivoco ritorno alla ‘nazione autentica’, susciterà un sistema di controllo paranoico e una catena di cieche rappresaglie – consegnando Salim a un destino di apolide senza patria e senza vera identità.

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Ho scoperto dell’esistenza del romanzo mentre facevo gli articoli su Tanzania e Somalia e me ne sono innamorato subito. Naipaul riesce a combinare un luogo estremamente suggestivo e poco conosciuto con una trama che ci sembra più che mai avvincente e ricca di stimoli sul presente. Non solo, Naipaul stesso risulta un personaggio estremamente interessante grazie ai suoi natali caraibici ed alla sua cultura che unisce il meglio di aree come l’Africa e l’India. Autore che, non fatico a credere, si ricaverà presto una posizione di riguardo nella nostra biblioteca.

Poesia

“Ottanta canzoni” di Hafez (Persia)

Hafez è, insieme a Omar Khayyâm, il poeta persiano più celebre, più amato e recitato: in Iran è ancor oggi molto popolare, tutti ne sanno recitare lunghi passi a memoria, e si dice che in ogni casa non devono mancare il suo “Canzoniere” e il “Corano”. Poeta di un’epoca nella quale il persiano era la lingua franca dell’Asia: Iran, Afghanistan, India musulmana, Mongolia e Cina. Hafez è stato celebrato in Occidente per primo da Goethe, che si ispirò alla sua opera per la composizione del “Divan occidentale-orientale” (1819). Le traduzioni in Occidente da allora si sono moltiplicate. La raccolta completa della sua opera comprende cinquecento poemi (o “ghazal”), dei quali viene qui offerta una scelta. Nel cuore dei suoi versi convive l’amore carnale con quello ideale e mistico, l’amato e Dio si scambiano continuamente le parti. Scrisse: “Non morirà mai chi nel cuore non ha che amore”.

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Direi che è uno dei rari casi in cui non c’è davvero bisogno di spiegazioni. Non avevo nulla di Hafez di Shiraz e questa era sicuramente l’occasione buona per rimediare. Plus di altissimo livello la presenza del testo originale in modo da poter godere appieno dell’aspetto melodico e dei molteplici sfumature che la lingua persiana offre.

“Quartine” di Omar Khayyam (Persia)

Questa famosa raccolta poetica non cessa di sedurre da quasi un millennio con la sua dolcezza, la sua gioia e la sua tristezza. Il persiano Omar Khayyam ha consegnato il suo nome, e la sua esperienza profonda della vita, a questo manipolo di fuggevoli impressioni liriche, di annotazioni di un razionalismo pessimistico, come vogliono alcuni, o d’una misticità esoterica, come sostengono altri. Un canto la cui immediatezza e altissima liricità si esprimono nell’obbligata brevità della quartina.

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Dopo Hafez non poteva davvero mancare Omar Khayyam.

“Il Verziere” di Sa’di (Persia)

Un manuale di saggezza morale e spirituale dalla Persia del ’200, un capolavoro della letteratura persiana medievale. Prima traduzione italiana dell’opera, con oltre mille note al testo, introduzione scientifica e bibliografia.

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Non c’è due senza tre. Un piccolo pensiero che mi sono voluto fare per completare uno dei più grandi terzetti di poeti di tutta la storia e fra i più celebrati di sempre. Quest’anno vedrete tanta poesia e di altissimo livello.

“L’emiro e il suo profeta” di Al Mutanabbi (Mondo arabo)

Le odi in onore dell’emiro Sayf ad-Dawla al-Hamdani, considerate uno dei migliori esempi della poesia araba classica, occupano un’ampia parte del Diwân di al-Mutanabbî (915-965). Composte ad Aleppo tra il 948 e il 957, esse evocano il secolare conflitto che oppose arabi e bizantini, trasfigurato in chiave epica. La personale vicenda di Mutanabbî, in gioventù ispiratore di una fallita rivolta a sfondo religioso, vi insinua un tono disincantato ed elegiaco, in singolare contrasto con la materia del panegirico, mentre la sorvegliata ricerca retorica, di cui il poeta è riconosciuto maestro, raggiunge non di rado notevoli effetti stilistici. La presente edizione, arricchita dal testo a fronte e corredata di ampie note e di preziose introduzioni storiche, offre per la prima volta in traduzione integrale italiana questo classico della letteratura araba.

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Ho appena letto “L’epistola del perdono” di Al-Ma’arri e mi è tornata la voglia di addentrarmi nella poesia araba classica, di cui al Mutanabbi è protagonista assoluto. Il fatto di avere il testo a fronte è stato il plus decisivo per scatenare il mio desiderio.

“Stato d’assedio” di Mahmoud Darwish (Palestina)

Stato d’assedio (Hàlat Hisàr) è un ‘testo’, come lo ha definito lo stesso autore, elaborato a Ramallah nel gennaio 2002, nelle settimane in cui la città era assediata dalle truppe israeliane del generale Ariel Sharon.
Mahmud Darwish, che a Ramallah viveva, si è trovato perciò nella hàla, ossia nella ‘condizione’ di assediato. Con questo ‘testo’ il poeta palestinese non vuole solo descrivere lo stato d’assedio, vuole invece e soprattutto dare corpo alle parole per esprimere la hàla quando ci si ritrova a essere assediati. Lo ‘stato dell’assedio’ nei versi di Darwish va al di là della condizione di vita nella quale si trovano le moltitudini concrete di cui il poeta è portavoce, di queste esprimendo sentimenti e pensieri. Il risultato è che il ‘testo’ è formato da frammenti che a volte risuonano come antichi aforismi, spesso lamenti di solitudine, tutti con al fondo il pensiero della morte che pure percorre l’intera opera di Darwish.
Sono oggetto di riflessione: la poesia nel suo farsi, la storia, il ‘luogo’, ossia lo spazio del pensiero, la forza che è impressa nell’affermazione della propria identità.

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Un libro di poesie che ho desiderato dal momento in cui lessi “Trilogia palestinese”, nella quale era spesso citato. “Stato d’Assedio” rappresenta un “auto regalo” che ho tenuto più che mai a farmi in questi giorni, troppo spaventato dal perdere questa grandiosa ed insperata possibilità.

Saggistica

“Sovietistan” di Erika Fatland (Norvegia)

Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, le cinque repubbliche dell’Asia centrale fino ad allora controllate da Mosca ottengono l’indipendenza. Nel corso di settant’anni di regime sovietico, Turkmenistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, i paesi che, dalle catene montuose più alte del mondo al deserto, segnavano un tempo la rotta della Via della Seta, sono in qualche modo passati direttamente dal Medioevo al ventesimo secolo. E dopo venticinque anni di autonomia, tutte e cinque le nazioni sono ancora alla ricerca della loro identità, strette fra est e ovest e fra vecchio e nuovo, al centro dell’Asia, circondate da grandi potenze come la Russia e la Cina, o da vicini irrequieti come l’Iran e l’Afghanistan. A unirle sono i contrasti: decenni di dominio sovietico convivono con le amministrazioni locali, la ricchezza esorbitante data da gas e petrolio con la povertà più estrema, il culto della personalità con usanze arcaiche ancora vitali. E mentre le steppe si riempiono di edifici ultramoderni e ville sfarzose abitate dai nuovi despoti, continuano a sopravvivere la passione per i tappeti e i bazar, l’amore per i cavalli e i cammelli, e innumerevoli tradizioni che rendono una visita alla regione e ai suoi abitanti indimenticabile. Nel suo reportage sui paesi alla periferia dell’ex Unione Sovietica, Erika Fatland unisce un approfondito lavoro di ricerca e analisi geopolitica al gusto dell’avventura.

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Uno dei testi di questa lista che mi è stato consigliato da Alice D’Alisera e che mi ha stregato fin dal primo momento. L’Asia Centrale è infatti uno dei luoghi più interessanti ed affascinanti dei quali abbiamo avuto la fortuna di trattare in questi tempi, tuttavia ci siamo concentrati soprattutto sul suo passato, tralasciandone spesso il presente. Con questo libro sono sicuro di approfondire le mie conoscenze in merito e di trovare nuovi ed affascinanti stimoli da portare sul sito.

Testi dello sciamanesimo siberiano e centro-asiatico

Profondamente radicato nelle antiche culture pre-agricole, lo sciamanesimo, più che una religione, è un complesso di credenze, un sistema ideologico, una concezione del mondo. Sebbene tradizioni e pratiche sciamaniche siano diffuse in larga parte della terra, la sua area d’elezione è la Siberia: quelle terre gelide e lontane ospitano il nucleo originario di una spiritualità potente, in cui lo sciamano è il tramite con il mondo ultraterreno. Suo compito non è portare la salvezza agli uomini, ma piuttosto intercedere per loro presso spiriti e divinità, in modo da risolverne i piccoli e grandi problemi dell’esistenza. Attraverso un complesso rituale di musica e danze, lo sciamano si immerge in uno stato d’estasi ed entra a diretto contatto con il magico, il religioso, il sacro. Con il suo tamburo sale sull’albero del mondo o naviga il fiume dell’universo, facendosi insieme medico, divinatore, psicopompo, ministro del culto. Questa antologia, curata da Ugo Marazzi, storico e professore di studi asiatici all’università “L’Orientale” di Napoli, raccoglie le testimonianze di una letteratura antica, tramandata oralmente per secoli di sciamano in sciamano e composta di invocazioni, inni e preghiere. Testi capaci di svelare le radici ancestrali dell’uomo, il suo rapporto con il divino e l’infero, e infine di riavvicinarci alla natura nella sua forma più profonda e autentica.

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Il secondo libro consigliatomi da Alice D’Alisera, qualcosa che, devo dire la verità, è strano non abbia ancora acquistato. Lo avrete capito, sono stregato dall’Asia centrale, dai suoi popoli e dalle sue steppe, se a questo aggiungiamo anche la religione, andiamo davvero a nozze. Sono curioso, in particolare, perché tempo fa m’imbattei nel Tengrismo, scoprendo moltissimi dettagli interessanti su questa particolare forma di spiritualità; inoltre, essendo questa le religione primigenia dei turchi e dei mongoli, ne aumenta moltissimo il valore.

“Mythology & Folklore of the Hui, a Muslim Chinese People” di Shujiang Li (Cina)

“Non solo questo straordinario corpus contribuisce molto alla nostra comprensione dell’enorme varietà culturale e religiosa che si trova all’interno delle società cinesi e islamiche, ma sfida le nostre concezioni e compartimentalizzazioni di ciascuna.” – Dru C. Gladney, University of Southern California

“Non esiste uno studio comparabile degli Hui in una lingua occidentale. Aiuterà ad abbattere l’immagine monolitica che ancora abbiamo della Cina portando alla luce il vibrante mondo culturale di una minoranza di persone”. – Gary L. Ebersole, Università di Chicago

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Primo di una serie di tre testi sulla Cina e l’Islam, purtroppo disponibili solo in lingua inglese. Ho voluto partire da questo perché è quello meno legato al mondo sufi/spirituale ma più alle tradizioni del popolo Hui, minoranza troppo spesso sottovalutata ma di straordinaria importanza e complessità. Gli Hui sono infatti i musulmani di etnia cinese, in grado, nel corso dei secoli, di occupare ranghi d’incredibile importanza nella storia cinese (per dire, Hui Liangyu, vicepremier dal 2003 al 2013 è un Hui), sviluppando una cultura unica che unisce la Cina al mondo arabo ed alla Persia.

“The Tao of Islam” di Sachiko Murata (Giappone)

Il Tao dell’Islam è un’antologia ricca e diversificata di insegnamenti islamici sulla natura delle relazioni tra Dio e il mondo, il mondo e l’essere umano, e l’essere umano e Dio. Concentrandosi sul simbolismo di genere, Sachiko Murata mostra che gli autori musulmani analizzano frequentemente la realtà divina e le sue connessioni con i domini cosmici e umani con una prospettiva verso una complementarità o polarità di principi che è analoga all’idea cinese di yin / yang. Murata crede che l’unità del pensiero islamico si trovi, non tanto nelle idee discusse, quanto nei tipi di relazioni che si instaurano tra le realtà. Presta particolare attenzione alle opinioni di varie figure comunemente note come “sufi” e “filosofi”, poiché affrontano questi argomenti con una flessibilità e una sottigliezza non riscontrabili in altre scuole di pensiero. Traduce diverse centinaia di pagine, la maggior parte per la prima volta, da più di trenta musulmani importanti, inclusi Ikhwan al-Safa ‘, Avicenna e Ibn al-‘Arabi.

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Non tutti lo sanno, ma prima di sviluppare il mio amore per il Medio Oriente ed il mondo islamico ero letteralmente stregato da quello sino-nipponico, tanto che ho tutt’oggi un’ampia sezione della biblioteca dedicata proprio a Cina, Giappone ed il loro pensiero. Da musulmano, ho continuato a coltivare questa passione, trovando una strabiliante affinità fra la mia fede ed il Tao; con qualche ricerca ho scoperto che questo dovrebbe essere, assieme a “Taoismo e sufismo” (che ho già), il testo che meglio risponde a quesiti che mi sono sempre posto.

“The Sage Learning of Liu Zhi” (Cina)

Liu Zhi (ca. 1670–1724) è stato uno dei più importanti studiosi dell’Islam nella Cina tradizionale. Il suo Tianfang Xingli (Natura e principio nell’Islam), il testo in lingua cinese qui tradotto, si concentra sulle radici o sui principi dell’Islam. Fu fortemente influenzato da diversi testi classici della tradizione sufi. L’approccio di Liu, tuttavia, si distingue da quello di altri studiosi musulmani in quanto ha affrontato gli articoli di base del pensiero islamico con terminologia e categorie neo-confuciane. Oltre al suo innato valore metafisico e filosofico, il testo ha un valore inestimabile per comprendere come i maestri dell’Islam cinese siano a cavallo tra le frontiere religiose e di civiltà e abbiano creato armonia tra due diversi mondi intellettuali.

I capitoli introduttivi esplorano sia la tradizione intellettuale cinese che quella islamica dietro il lavoro di Liu e collocano gli argomenti di Tianfang xingli all’interno di quei sistemi di pensiero. Le copiose annotazioni alla traduzione spiegano il testo di Liu e richiamano l’attenzione sui parallelismi nelle opere in lingua cinese, araba e persiana, nonché sulle differenze.

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Ho visto il libro sulla bacheca di Gabriele Iungo e non ho resistito: dovevo averlo. Il testo si pone senza alcun ombra di dubbio fra le opere più complete ed interessanti riguardi al rapporto fra Islam e Cina, andando ad aggiungere preziosi dettagli per una comprensione davvero a 360° delle due culture.

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