3 libri per comprendere il terrorismo: Marocco

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3 libri per comprendere al meglio “come nasce il terrorismo” attraverso le parole di alcuni dei più grandi scrittori del “mondo islamico”. Prima puntata dedicata al Marocco

La serie

Vista la tensione scatenatasi in Europa dopo i barbari attacchi terroristici, ho pensato che fosse il caso di avviare una riflessione riguardo a “come nascono i terroristi”. Per farlo, ho scelto di usare uno dei miei strumenti preferiti: la letteratura. Da oggi a venerdì vi saranno infatti 3 puntate nelle quali analizzeremo questo fenomeno attraverso gli scritti di 3 grandi scrittori del “mondo islamico”, di modo da comprendere appieno un fenomeno tanto triste e sul quale sono state formulate tante assurde e fantasiose teorie.

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(foto temporanea, ho prestato il libro)

I paesi saranno: il Marocco con “Il grande salto” di Mahi Binebine, l’Egitto con “Palazzo Yacoubian” di ‘Ala al Aswani ed il Pakistan con “Il fondamentalista riluttante” di Mohsin Hamid; buona lettura.

Gli attentati di Casablanca

Il 16 maggio 2003, 14 giovani di età compresa fra i 20 ed i 23 si fecero esplodere in diversi luoghi di Casablanca, portando con loro ben 33 anime innocenti e ferendone oltre un centinaio. Tale attentato viene tutt’oggi ricordato come il più grave e drammatico della storia marocchina, anche per le condizioni di vita dei ragazzi, tutti provenienti da Sidi Moumen, uno dei quartieri più poveri e disgraziati della città.

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L’evento colpì moltissimo Mahi Binebine che scelse di indagare più in profondità nella psiche degli attentatori, dando vita ad uno dei romanzi più interessanti in assoluto per la comprensione del fenomeno.

Soltanto degli scugnizzi

Ne “Il grande balzo”, infatti, lo scrittore ripercorre la vita dei giovani dal momento in cui scelgono di assecondare Abou Zoubeir, l’uomo che li porterà alla tragica fine, fornendo un racconto che si lega più che mai a molti dei casi europei più recenti. I futuri attentatori, infatti, prima di incontrare il sedicente “predicatore” non sono nient’altro che dei piccoli criminali abbandonati a sé stessi. Giocano a calcio tutto il giorno, rubacchiano, sniffano colla, vivono in catapecchie e la madre di uno di loro è costretta a prostituirsi; non il massimo.

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Sidi Moumen

I ragazzini assomigliano molto a degli scugnizzi di periferia: un brutto ambiente in cui crescere, un presente poco chiaro ed un futuro che lo è ancora meno.

La luce della rana pescatrice

Sarà proprio a questo punto che farà la sua comparsa il subdolo Abou Zoubeir, predicatore che si mostra da subito estremamente interessato all’anima dei ragazzi, tanto da spingerli ad un allontanamento sempre più rapido dalla propria vita, mostrandosi come una luce in fondo all’abisso. Quest’ultimo li porterà infatti ad una sorta di semi isolamento per la preghiera, guadagnandosi molto in fretta la fiducia del gruppo che assomiglierà sempre di più ad una mandria di vitellini per purezza ed ingenuità.

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Sarà a questo punto che Zoubeir inizierà a porre sempre di più l’accento su aspetti quali “paradiso” e “sacrificio”, spingendo i giovani ad osservare con sempre più gola ciò che mai avrebbero potuto ottenere nella vita terrena. Una volta ottenuta la loro obbedienza ed ignoranza totali, gli spiegherà in fretta i loro compiti e li porterà ad immolarsi per la causa, svanendo poco prima del “momento clou”.

Tutt’altro che salafiti

La bravura di Binebine è quella di mostrare a più riprese l’indole dei giovani, diametralmente opposta a come siamo abituati ad immaginare “il terrorista”. Anche durante l’addestramento per l’attentato, infatti, sono evidenti a più riprese scene decisamente poco parenti del presunto ascetismo che si attribuisce al mondo fondamentalista. Esempio massimo è come passeranno la loro ultima sera, ovvero drogandosi e facendo l’amore fra di loro.

Mahi Binebine
Sidi Moumen, teatro della storia

In realtà sono presenti più scene a riguardo: la prima nella quale uno di loro sverrà per un dosaggio troppo alto, venendo poi violentato dagli altri, ed una seconda in cui quest’ultimo si concede spontaneamente al narratore. Non è una storia di omosessuali o di droga e la presenza di entrambi può voler dire tutto e nulla, ma sicuramente sono degli indizi per comprendere la psiche dei protagonisti. A caratterizzarli, infatti, non sarà mai una grande fede, ma piuttosto della fragilità unita ad una situazione davvero insostenibile, molle perfette per una delle reazioni più odiate dal Misericordioso.

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