“Il castello bianco” di Orhan Pamuk

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“Il castello bianco” ci trasporterà nella Istanbul di metà ‘600, narrandoci la storia di un padrone turco ed un servo italiano, tanto uguali da confondersi l’uno nell’altro

La citazione

“Quello che era entrato somigliava in modo inverosimile a me. Dunque, io ero là! Così mi è venuto da pensare in quell’attimo. Come se qualcuno, volendosi prendere gioco di me, mi introducesse di nuovo attraverso la porta opposta a quella dalla quale ero entrato e dicesse: “Guarda, tu in fondo così dovevi essere, così dovevi entrare, così dovevi muovere mani e braccia, così dovevi osservare l’altro e te stesso seduto nella stanza!”

“Il castello bianco” di Orhan Pamuk

Il castello bianco

Il ventenne gentiluomo veneziano, appassionato di astronomia e matematica, e l’astrologo turco si assomigliano come fossero fratelli gemelli. Si guardano con sospetto ma per anni vivono a stretto contatto impegnati nelle piú svariate ricerche scientifiche: studiano i fuochi d’artificio, progettano orologi e discutono d’astronomia, biologia e ingegneria. Insieme riescono a debellare un’epidemia di peste. Trascorrono molto tempo raccontandosi la propria vita. Il sultano Maometto IV (1648-87) affida loro la costruzione di una potente macchina da guerra, ma durante la disastrosa guerra in Polonia il marchingegno non funziona. L’unione si spezza e solo uno dei due «gemelli» tornerà in Turchia… Ma quale? Un romanzo che è metafora del legame tra Oriente e Occidente.

Una sorta di “Dialettica servo-padrone”

Tutto il romanzo si basa sul rapporto che intercorre fra il padrone turco ed il servo italiano, legati da un aspetto identico che, fin dall’inizio, scatenerà un legame fortissimo. I due, infatti, arriveranno a provare una reciproca curiosità l’uno per l’altro, arrivando anche a sfidarsi in giochi mentali e distruggendo pagina dopo pagina i veli che ne separano le menti (da sotto spoiler obbligati).

ottomani

La vicinanza fra i due crescerà a tal punto da permettersi d’identificare l’uno con l’altro, al punto di superare ogni differenza iniziale e trasformarsi l’uno nell’altro. Alla fine del romanzo, infatti, il servo prenderà il posto del padrone facendo ritorno ad Istanbul da turco, mentre il secondo compirà il percorso inverso giungendo a Venezia. L’intero “Castello bianco” pare allora trasformarsi nella storia dietro la tanto celebre “Dialettica servo-padrone” di Hegel, il quale segue esattamente gli stessi passaggi logici. Le differenze principali sono sopratutto legate alle modalità, che nel libro sono decisamente più affini al ‘600 ottomano che al ‘800 tedesco. Qui, infatti, il padrone sembra sfruttare l’intelligenza del servo con curiosità e rispetto, provando lui per primo a dar vita al suddetto processo mentale, decisamente una grande differenza con il discorso del filosofo.

Vicini ma senza toccarsi

In questo romanzo il tema centrale che appare fin dalle prime righe è quello “dell’identità personale”, tema caro all’autore e che, non a caso, è fra i nodi principali del suo grande “Libro nero“, libro che personalmente ho molto apprezzato per tematiche e finale. In quel testo, i due protagonisti (un giornalista ed un suo parente) riuscivano ad entrare in profonda connessione attraverso i testi ed i ricordi, arrivando, sul finale, addirittura a confondersi, trasformandosi in una sorta di identità unica.

Il libro nero

Proprio qualcosa sulla stessa falsa riga mi aspettavo anche per “Il castello bianco” ma, essendo le basi del romanzo diverse, il risultato finale risulta essere molto diverso (almeno concettualmente), sconvolgendo gran parte delle ipotesi fatte nel corso della lettura. Con malizia, infatti, Pamuk ci spingerà più volte a sospettare che servo e padrone siano una cosa sola, smentendoci però nel finale con la divisione dei due protagonisti. La loro unione non sarà infatti definitiva ma temporanea e, sopratutto, sarà finalizzata ad una futura scissione, molto diverso, appunto, dal “Libro nero”.

Personalmente mi aspettavo e speravo in qualcosa di simile all’opera sopra citata, tuttavia “Il castello bianco” è un ottimo romanzo che vi farà viaggiare al culmine dell’Impero ottomano, unendo il racconto storico a quello filosofico e permettendo al lettore un viaggio a 360°. Solo due precisazioni: in primis, per quanto bravo ed interessante, Pamuk non è mai un autore troppo scorrevole; in secundis, compreso quanto detto sopra riguardo ad Hegel, vi godrete decisamente di più il libro

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