Il cielo di Venere, fra imperialismo e paganesimo

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Nel 4° capitolo de “Il poema Celeste”, Iqbal lancerà un feroce attacco a paganesimo ed imperialismo, colpevole, fra le altre cose, di rubare persino ai morti

Canto di Baal

[…]Son tornati nel mondo i giorni della voluttà, la religione è stata sconfitta dalla monarchia e dal razzismo. Chi si preoccupa più della lampada di Muhammad, dal momento che la spengono con un soffio cento Abu Lahab?

Anche se si leva il grido di “Non c’è che un Dio”, come mai potrà rimanere sulle labbra quello che ormai si è cancellato dal cuore? La magia dell’Occidente ha fatto rivivere Ahriman; il giorno di Dio è impallidito per timore della notte! Oh antichi dei, è venuto, è venuto il tempo nostro!

Appena giunti su Venere, Rumi ed Iqbal incontrano tutti gli dei antichi lì radunatisi; a quel punto prenderà la parola Baal, antica divinità fenicia, che produrrà il canto che qui vi abbiamo riportato in parte. Essenzialmente qui il Poeta fa un discorso molto simile a quello cardine di American Gods ovvero il concetto di “credere” e di divinità. Nel libro di Neil Gaiman, infatti, tale argomento viene esplorato nelle sue profondità con una storia che vede contrapposti gli “dei antichi” a quelli “moderni”, i quali non sono null’altro che le “cose” a cui dedichiamo il nostro tempo.

imperialismo
Baal

Il ragionamento di Iqbal è ovviamente legato al suo tempo, momento di estremo fervore archeologico, tanto che una delle frasi del brano è proprio: “Viva l’europeo orientalista, colui che ci ha tratto fuori dalle fredde lastre del sepolcro!”. Tale concetto tornerà violentemente poco più avanti con il Faraone, ma qui il Poeta fa un discorso maggiormente legato all’ateismo che all’imperialismo vero e proprio. Secondo quest’ultimo, infatti, una società senza divinità, tenderà a riscoprire antichi culti o reinventarne di nuovi e ciò può avvenire sia in modo conscio che non; esempio di ciò sono: il culto della patria, tema portante dell’imperialismo, ed un’incredibile materialismo, generato dalla morte della morte del cuore.

I poeti sprofondano nel mare di Venere e vi scorgono gli spiriti di Faraone e Kitchener

Ahimè! Io ho perduto la religione e la ragione: la vidi, eppur non la riconobbi, questa luce! Oh dominatori del mondo, guardate a me! Guardate a me, o nemici dell’umanità! Guai a quel popolo accecato dall’avarizia, che ruba rubini e perle dalla polvere delle tombe! Una figura mummificata ha la sua dimora nel Museo delle Meraviglie, che ha una fiaba sulle labbra sigillate dal silenzio!

Essa narra la storia dell’imperialismo, lancia sguardi significativi a dei ciechi! Che cos’è il destino dell’imperialismo? Creare sicura discordia mediante disposizioni ipocrite! E per questo cattivo insegnamento si avvilisce la sorte del regno, i suoi provvedimenti divengon sempre più confusi ed inutili. Se ora potessi vedere ancora Colui che Parlava con Dio (Mosè), chiederei a lui un cuore veggente.

Faraone

Qui l’attacco all’imperialismo si fa netto e sempre più acceso, criticando aspramente cose quali le spedizioni archeologiche britanniche. A pensarci, è infatti assurdo come, ancora oggi, vi siano musei di tutto il mondo che espongono oggetti rubati o acquistati durante il periodo coloniale; se pensiamo a mummie e tombe, poi, l’immagine che vien fuori è quella di inquietanti saccheggiatori di tombe, qualcosa di inquietante e presente nella mente di Iqbal.

Faraone

Il Faraone, poi, viene identificato come il primo degli imperialisti, monito al suo successore, Kitchener, con il quale condividerà la sorte: “Ambedue furono faraoni: piccolo l’uno, grande l’altro. Ambedue morirono di sete annegati nell’abbraccio del mare. Tutti conoscono l’amarezza della morte, ma la morte dei tiranni è uno dei Segni di Dio.”

Apparizione del derviscio del Sudan

[…] Il Mahdi disse: “O Kitchener! Se tu hai gli occhi accorti, guarda la vendetta della polvere di un derviscio! Il Cielo non ha dato una tomba alla tua polvere: non ti ha dato un sepolcro che nel mare salato”! Poi gli si spezzarono le parole in gola e dalle sue labbra si sprigionò un sospiro che spezzava il cuore:

“Oh anima degli arabi, svegliati! Come gli antenati, sii creatrice di mondi! Oh Fu’ad, oh Faisal, oh Ibn Sa’ud, fin quando starete ad avvolgervi su voi stessi come fumo? Accendete di nuovo nel petto quell’ardore scomparso, riportate nel mondo quei bei giorni andati! Oh suolo di Batha, una volta ancora dà vita ad un Khalid, una volta ancora canta la melodia dell’unità di Dio! […]

imperialismo
Lord Kitchener

In quest’ultimo testo de “Il cielo di Venere”, Iqbal lancia un vero e proprio appello di risveglio a tutto il mondo islamico, in particolare a quello arabo, da tempo avaro di glorie. Un lamento che il Poeta sceglie di esprimere tramite il Mahdi, un leggendario condottiero sufi del Sudan, caduto proprio mentre combatteva gli inglesi.

Domani una nuova puntata con protagonisti d’eccezione fra cui quali: un dotto ed una profetessa marziani. Seguiteci sulla nostra pagina facebookSpotifyYouTubeTwitter e Instagram, oppure sul nostro canale Telegram. Ogni like, condivisione o supporto è ben accetto e ci aiuta a dedicarci sempre di più alla nostra passione: raccontare il Medio Oriente.

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