“Sinbad, la leggenda dei 7 mari” della Dreamworks

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“Sinbad, la leggenda dei 7 mari” è uno degli esempi più squallidi e maleducati di appropriazione culturale, un film che andrebbe visto solo dopo mesi di tranquillità in modo da poter esser nervosi. L’estremo opposto de “Il principe d’Egitto”

Sinbad, la leggenda dei 7 mari

Sinbad (voce originale Brad Pitt), è un giovane marinaio intento ad attaccare la nave del suo amico Proteo per accaparrarsi il leggendario libro della pace, uno scritto che suscita grande interesse anche in Eris, la dea discordia. Per ottenerlo, la dea decide di far intervenire, durante l’assalto alla nave, un gigantesco mostro marino, che conduce Sinbad negli abissi.
Lì, la dea propone al marinaio un patto: può mettere la sua vita in salvo solo promettendole di recuperare il libro per lei. Sinbad accetta l’accordo e, tornato a galla, con la sua nave parte in direzione di Siracusa, dove il libro è stato portato. Giunto a destinazione, Sinbad ritrova il vecchio amico e protettore dell’opera letteraria: Proteo.

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Dopo aver passato un po’ di tempo con lui, decide di rinunciare al furto per proteggere il compagno. Ma Eris non ci sta e facendosi passare per Sinbad, ruba il Libro della pace causando la condanna a morte del marinaio. A quel punto Proteo interviene, facendosi imprigionare al posto di Sinbad e lasciando l’amico con il compito di recuperare ciò che è stato rubato; se Sinbad fallisse Proteo sarebbe giustiziato al suo posto. Sinbad lascia quindi Siracusa pronto a combattere con Eris e con i suoi stessi istinti che potrebbero spingerlo a compiere scelte egoiste…

Una presa in giro

Potremmo semplificarci il lavoro e dire che non c’entra assolutamente NULLA con Sinbad, essendoci sorbiti però tutti e 88 i minuti che compongono il film, crediamo che un’analisi nel dettaglio sia necessaria, nella speranza che offese come questa non capitino mai più. Questa “cosa” rappresenta infatti un vero e proprio insulto alla cultura orientale, andando a prendere il nome di una delle figure più importanti de “Le mille ed una notte” ed incollandola con la sputazza ad un mito greco con cui poco o nulla ha a che fare. Pur essendovi scritto “Sinbad”, infatti, il film è palesemente ispirato al mito di Damone e Finzia, due uomini greci che sarebbero vissuti circa nel 4° secolo a.C. .

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Proprio come in quella storia, le vicende che ruotano attorno a questa pellicola non saranno ambientate in Medio Oriente, bensì in un Mediterraneo perlopiù greco, con al centro non Baghdad bensì Siracusa; non solo, in un mito ambientato nel “mondo islamico” non vi è alcun riferimento ad un dio unico ma piuttosto a strane entità politeiste e al Tartaro, luogo in cui secondo i greci era racchiuso il Caos.

Appropriazione culturale

Il film rappresenta uno degli esempi più vistosi e maleducati di appropriazione culturale, andando a spogliare completamente uno dei patrimoni dell’immaginario orientale e sostituendolo con qualcosa di insulso e del tutto fuori contesto, qualcosa di davvero indecoroso per i creatori de “Il principe d’Egitto“. Chiunque si trovi ad osservare prima questo film dell’opera, sarà naturalmente portato a pensare ad una sorta di “brutta copia” dell’Odissea, quando nel vero testo i riferimenti ad Omero sono vaghi e scarsi.

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Sinbad assieme a Marina ed il principe Proteo, nomi tipicamente arabi e persiani…

Con tale operazione l’identità orientale viene completamente spogliata di ogni suo bene, lasciando solo il nome al fine di rendere qualcosa di più al botteghino. Davvero imbarazzante come le ammissioni degli sceneggiatori siano passate sotto gli occhi di tutti senza che nessuno muovesse un dito, qualcosa che non deve più accadere in nessuna maniera se si desidera avere un briciolo di credibilità. L’operazione assume poi connotati vomitevoli se si osserva quando venne prodotto, ovvero nel 2003, lo stesso anno della Seconda Guerra del Golfo. Purtroppo se si fa attenzione a tale dato è facile leggere una piena consapevolezza d’intenti da parte della Dreamworks, qualcosa di vergognoso e per il quale la casa di produzione non ha mai dovuto chiedere scusa. Fortunatamente il film è tanto insignificante da esser facilmente dimenticabile, resta il fatto che, seppur ad anni di distanza, andrebbe tassativamente cambiato il titolo, di modo da esser classificato come qualcosa di evitabile e non persino offensivo; per intenderci, (rispetto a questo film) Prince of Persia è mille volte più attento all’originale.

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