Idir, la voce dell’Algeria

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Una delle figure più indimenticabili della storia della musica, artista dalla poesia e dalla dolcezza infinita, vero e proprio simbolo del suo paese, la Cabilia, e del suo popolo, gli uomini liberi. È con sommo dispiacere che ci ritroviamo a dire addio ad Idir, una delle più grandi voci che il Mediterraneo abbia mai visto

Hamid Cheryat, in arte Idir

Hamid Cheryat nasce il 25 ottobre 1949 ad Ait Lahcene, microscopico paesino nelle montagne del Djurdjura, centro nevralgico del popolo cabilo. Inizialmente studiava per diventare geologo e dedicarsi all’industria petrolifera locale, nel 1973, tuttavia, il suo destino prenderà una piega inaspettata che fan di tutto il mondo ancora ringraziano e lodano.

Il poeta Ben Mohammed aveva infatti appena finito di scrivere “A Vava Innouva”, brano che in origine era stato confezionato per Nouara; il suo rifiuto, tuttavia, permise ad Hamid di fare il suo esordio nel mondo della musica. Sarà in quella stessa occasione che il cantautore si darà il soprannome di Idir, ovvero “vivrà” in dialetto cabilo.

Ambasciatore della Cabilia

Il brano fu da subito un successo senza pari nella storia algerina, anche se l’artista se ne accorgerà solo anni dopo, dovendo svolgere proprio in quegli anni il servizio militare obbligatorio. Una volta terminato, Idir si trasferirà in pianta stabile a Parigi, lanciando ufficialmente il suo primo album nel 1975, contribuendo così a dar risalto alla cultura berbero-cabila, in quegli stessi anni fortemente osteggiata dal governo algerino.

Nella capitale francese troverà una sorta di seconda patria, riuscendo a sviluppare appieno concetti, pensieri ed emozioni tipiche della sua terra e facendone conoscere a tutti la loro incredibile bellezza e tradizioni. Non fu mai particolarmente produttivo in termine di brani, preferendo donare ad ogni singola parola il giusto peso e dignità, piuttosto che rischiare di cadere nella superficialità tipica di altri colleghi; tuttavia sono svariati gli artisti con cui ebbe il piacere di duettare, sia di origine algerina (ex. Cheb Mami e Khaled) che francesi (ex. Manu Chao e Dan Ar Braz), permettendo alla sua musica di varcare ogni confine.

Nel 2018 tornerà finalmente in Cabilia dopo ben 38 anni di esilio, venendo accolto come uno dei padri assoluti della musica algerina. È morto la notte del 2 maggio 2020 a causa di un fibroma polmonare, venendo omaggiato persino da Abdelmadjid Tebboune, attuale presidente algerino, il quale lo ha definito “icona dell’arte algerina” e “monumento della nazione”.

Anima della Cabilia

La sua carriera musicale è fortissimamente legata alle origini imazighen, le quali sono state fonti inesauribili per tutta la sua produzione artistica. Idir, essendo cresciuto nel cuore della Cabilia, metteva nei testi e nelle melodie tutti i sentimenti e l’amore per la terra tipica del suo popolo.

Alla pari (se non meglio) di Ait Menguellet, riuscì ad instillare nei suoi brani tempi passati ma mai dimenticati, tutt’oggi guardati con nostalgia dalla maggior parte dei popoli mediterranei. Idir cantava di famiglie unite ad ascoltare storie e di danze ancestrali nei boschi, qualcosa che oggi appare tanto lontano ma che nessuno può far a meno di rimpiangere; la grandezza di quest’artista è stata la semplicità e la naturalezza con la quale ci faceva riflettere, ricordandoci la frugalità e la bellezza dei nostri padri.

Non ti dimenticheremo mai, quello che hai fatto è senza tempo e rimarrà sospeso nell’eternità, o meglio, “vivrà” per sempre come il tuo meraviglioso soprannome. Grazie ancora Idir e che la terra ti sia lieve.

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