Mosè ed il Vitello d’oro

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La salita di Mosè sul monte Sinai e la distruzione del Vitello d’oro, i principali avvenimenti che segnano la nascita definitiva dell’ebraismo.

L’incontro con Allah

Una volta fatte sgorgare le 12 fonti per le 12 tribù d’Israele, Mosè raggiungerà insieme alla sua gente il monte Sinai, affidando il popolo al comando del fratello Harun ed avviandosi così sulla cima della vetta. Prima di salirvici, tuttavia, al profeta sarà ordinato un digiuno della durata di 30 giorni, poi allungato a 40, condizione necessaria per purificarsi adeguatamente.

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Una volta compiuta tale astinenza, si recherà nella santa Valle di Tuwa, si toglierà i sandali e cadrà in prostrazione; a tal punto, egli chiederà ad Allah di apparirgli davanti, di modo da saziare il proprio cuore. Il Divino tuttavia lo informerà che non gli sarà possibile “mostrarsi”, ma piuttosto comprenderà la sua presenza da quella del Sinai. Non appena il Signore si manifestò sul Monte esso divenne polvere e Mosè cadde folgorato, quando si risvegliò non ebbe più alcun dubbio sulla propria fede.

Il Vitello d’oro

Una volta tornato a valle, tuttavia, si accorgerà che la situazione nel campo degli ebrei sta prendendo direzioni eretiche ed impreviste. Durante la sua assenza, infatti, essi presero ad adorare la statua di un Vitello d’oro, per eccellenza simbolo di politeismo e paganesimo.

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Tale idolo fu creato dal Samiri (personaggio tutt’oggi non identificato con certezza), il quale fuse i gioielli dei locali e produsse così l’abominevole artefatto, spingendo poi i locali ad adorarlo nella convinzione che fosse il dio di Mosè. A nulla serviranno i rimproveri di Harun, dando così al profeta il compito di far cessare tale blasfemia. Quest’ultimo imporra un isolamento sociale permanente al colpevole e distruggerà definitivamente il vitello, punendo poi duramente coloro che tradirono Dio per l’idolo. Una volta fatto questo, gli ebrei riprenderanno il loro viaggio per la Terra promessa.

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