La mia tesina: “La decolonizzazione delle menti”

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4 anni fa scrissi la mia tesina, a tanto tempo di distanza, ve la ripropongo attraverso i 5 libri a cui mi affidai. Purtroppo in Italia non è più parte dell’esame, ma credo possa esser un bello spunto per ogni maturando.

La scelta del tema

Fin da giovanissimo, ho sempre subito la storia breve ed italico-centrica che ci viene proposta a scuola, maturando una curiosità sempre più grande per la cultura ed il punto di vista “dell’altro”. Fin da quando mi fu permesso portavo a scuola ricerche di ogni tipo, spaziando fra Impero giapponese, genocidio armeno e conflitto arabo-israeliano; tutto questo raggiunse il proprio apice proprio durante l’ultimo anno di liceo. Fu un periodo di grandi cambiamenti a livello personale che, uniti all’essermi finalmente iniziato ad affacciare verso la letteratura extra-europea, mi spinsero a propendere proprio verso questo tema.

decolonizzare

Come già detto, mal sopportavo la tendenza europea a vedersi come unici civilizzatori del mondo e il trovare un libro come quello di Ngugi wa Thiong’o, che proprio di decolonizzare le menti parlava, mi aprì un universo. Mi ero già convinto allora che avrei dovuto far qualcosa in prima persona contro tale fenomeno, il letterato keniota, però, mi diede una direzione ben precisa. Nel corso dell’anno mi resi conto che anche autori come Mohsin Hamid e Tayeb Salih andavano in tale direzione, fornendomi uno scheletro che sarà poi completato da E.M. Forster e Derek Walcott, forse il più grande poeta in assoluto del mondo caraibico. In realtà, ad esame concluso, scoprì che a loro volta tutti si ispirarono ad un altro incredibile uomo dei Caraibi, ovvero Frantz Fanon, ma di questo tratteremo più avanti. Sotto trovate la lista dei libri con un breve commento, sul sito ci sono già: “La stagione della migrazione a Nord” di Tayeb Salih, “Passaggio in India” di E.M. Forster e il film de “Il fondamentalista riluttante”. In settimana verranno caricati i libri restanti.

“Decolonizzare la mente” di Ngugi wa Thiong’o (Kenya)

I quattro testi di Ngugi Wa Thiong’o che compongono “Decolonizzare la mente”, sono la summa di un pensiero che si è andato formando con anni di studio e con dolorose esperienze vissute in prima persona; in particolare la scelta di scrivere una pièce di critica al potere nella sua lingua madre, il gikuyu, in modo da poter essere compreso da ogni strato di pubblico, gli costò nel 1978 un anno di detenzione. Fu in quei mesi che l’autore maturò la convinzione che “l’arma più grande scatenata ogni giorno dall’imperialismo contro la sfida collettiva degli oppressi è la bomba culturale, una bomba che annulla la fiducia di un popolo nel proprio nome, nella propria lingua, nelle proprie capacità e in definitiva in se stesso”.

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Testo fondamentale se si vuol comprendere appieno la potenza del linguaggio nella moderna società post-coloniale. Il libro metterà il lettore a contatto sul valore della lingua madre e come essa sia fondamentale ai fini della sanità psichica dell’individuo.

“La stagione della migrazione a Nord” di Tayeb Salih (Sudan)

Questo libro racconta dell’avventura spirituale di una diaspora e un ritorno, e di un definitivo spaesamento. E la figura di un intellettuale arabo che vi è scolpita – bambino adottato al Cairo da una famiglia inglese, studi a Oxford e brillante carriera in Gran Bretagna, libertino che sulle donne vendica un suo senso di morte, fino all’ultimo incontro che lo forza a scegliere tra il suo essere occidentale e il suo essere arabo; il ritorno al villaggio sul Nilo, lo sforzo di dimenticare, e infine la catastrofe per lui, e indirettamente della sua comunità.

Salih
Il capolavoro introvabile

È considerato il miglior libro di letteratura araba contemporanea, ma ciò non basta a rendere omaggio al capolavoro di Salih. A tanti anni di distanza, rimane il miglior testo in assoluto per comprendere gli aspetti più sottili della colonizzazione europea, mettendoli in risalto con finissima sagacia. La sua rarità,inoltre, lo rende uno dei libri più desiderabili per ogni amante di romanzi.

“Il fondamentalista riluttante” di Mohsin Hamid (Pakistan)

Ogni impero ha i suoi giannizzeri, e Changez è un giannizzero dell’Impero Americano. Giovane pakistano, ammesso a Princeton grazie ai suoi eccezionali risultati scolastici, dopo la laurea summa cum laude viene assunto da una prestigiosa società di consulenza newyorkese. Diventa cosi un brillante analista finanziario, sempre in viaggio ai quattro angoli del mondo. Impegnato a volare tra Manila e il New Jersey, Lahore e Valparaiso, e a frequentare l’alta società di Manhattan al braccio della bella e misteriosa Erica, Changez non si rende conto di far parte delle truppe d’assalto di una vera e propria guerra economica globale, combattuta al servizio di un paese che non è il suo. Finché arriva l’Undici settembre a scuotere le sue certezze. “Vidi crollare prima una e poi l’altra delle torri gemelle del World Trade Center. E allora sorrisi”. È questo il primo sintomo di un’inarrestabile trasformazione. Il businessman in carriera, rasato a puntino e impeccabilmente fasciato nell’uniforme scura del manager, comincia a perdere colpi. La produttività cala e la barba cresce, quella barba che agli occhi dei suoi concittadini fa di ogni “arabo” un potenziale terrorista. E mentre gli Stati Uniti invadono l’Afghanistan, il Pakistan e l’India sembrano sull’orlo di una guerra atomica, giunge per Changez il momento di compiere un passo irreversibile…

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Ad esser onesto è stato uno dei pochissimi casi in cui il film è più godibile del libro, l’opera di Mohsin Hamid rimane tuttavia uno dei miei romanzi preferiti in assoluto, l’unico in grado di rendere al meglio la trasformazione del mondo post 11 settembre. Il testo di Hamid ci mette di fronte alle menti di milioni di uomini e donne nel mondo che, improvvisamente, si sono trovate a dover scegliere la loro strada, rifiutando ogni fondamentalismo a loro imposto, sia talebano che americano. Probabilmente la storia che ho rivisto ed ascoltato più volte in assoluto. In parte è la biografia dello stesso Hamid.

“Passaggio in India” di E.M. Forster (Inghilterra)

A Chandrapore, nell’India stretta sotto la morsa del colonialismo, si fronteggiano l’islam, “un atteggiamento verso la vita squisito e durevole”, la burocrazia britannica, “invadente e sgradevole come il sole”, e “un pugno di fiacchi indù”, in una silenziosa guerra fredda. Fino a quando l’arrivo di una giovane turista inglese non viene a incrinare il fragile equilibrio. Perché Adela Quested, con stupore del clan dei sahib bianchi, non si accontenta dei circoli e delle visite ufficiali: vuole conoscere “la vera India”, e trova la guida indigena perfetta nel mite e ospitale Aziz. Ma nelle grotte di Marabar la gita preparata con ogni cura si trasforma per Adela, vittima delle proprie personali inquietudini o di un indegno affronto, in un dramma sconvolgente che arriva fino nelle aule di un tribunale, facendo esplodere pregiudizi, razzismi, contraddizioni.

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In realtà di questo libro lessi solo l’edizione scolastica targata Black Cat, mi sono bastati quei pochi spunti, però, per comprendere il valore di quest’opera, testo davvero completo se si vuol comprendere cosa fosse l’India britannica.

“Mappa del nuovo mondo” di Derek Walcott (Saint Lucia)

«Sono nessuno o sono una nazione»: questo verso può valere come epigrafe per tutta l’opera di Walcott. Della quale si può dire, innanzitutto, che ci offre la forma più alta, oggi, della lingua inglese – forse anche perché proviene da quei luoghi dove «il sole, stanco dell’impero, tramonta», da una immensa periferia marina, i Caraibi, dove quel sole, tramontando, «porta all’incandescenza un crogiolo di razze e di culture. Walcott non è un tradizionalista né un “modernista”. A lui non si adatta nessuno degli “ismi” disponibili e degli “isti” che ne conseguono. Non appartiene a nessuna “scuola”: non ce ne sono molte nei Caraibi, se si eccettuano quelle dei pesci. Si sarebbe tentati di chiamarlo un realista metafisico, ma il realismo è metafisico per definizione, così come vale l’inverso. E poi, è un’etichetta che saprebbe troppo di prosa. Walcott può essere naturalista, espressionista, surrealista, imagista, ermetico, confessionale – a scelta. Semplicemente, egli ha assorbito, al modo in cui le balene assorbono il plancton o un pennello assorbe la tavolozza, tutti gli idiomi stilistici che il Nord poteva offrire: adesso cammina con le sue gambe, e a grandi passi».(Brodskij)

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I Caraibi sono da sempre un luogo nel quale mille mila culture si scontrate, dando vita ad una prole dal rapporto sempre complicato con il proprio passato. Derek Walcott mette in scena tutto questo con una poetica d’incredibile fattura, letteralmente impossibile da non includere in una tesina del genere.

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