7 libri per il 2020

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Dopo avervi raccomandato dei titoli già letti, è il momento di anticiparvi alcuni dei libri che intendiamo acquistare (prima o poi) nel 2020. Una selezione legata sopratutto all’Asia territorio riguardo al cui abbiamo ancora tanto da esplorare.

“Leyla e Majnun” di Nizami

«Giunse l’amore e colmò loro il calice di vino. Quand’ebbero colto la rosa profumata dell’amore, vollero assaporare il suo profumo ogni giorno: l’uno rapito dalla bellezza dell’altro, il cuore stordito e pur senza perdere i sensi, perdutamente innamorati in uno struggimento che mai si estingueva». I due amanti che così si incontrano sono Leyla e Majnun: hanno dieci anni, vanno insieme a scuola. Leyla è «una luna, una bambola, un tenero svettante cipresso»; Majnun ha «labbra di rubino che spargevano perle». Insieme, formano la coppia archetipica dell’amore estremo, della passione sino alla follia, che traversa gloriosamente la storia dell’Oriente islamico nell’immaginazione di tutti, dotti e incolti, un po’ come da noi la storia di Romeo e Giulietta. Come nel loro caso, l’amore di Leyla e Majnun è avversato dal mondo, che lo vuole distruggere con ogni mezzo. Ma non ci riuscirà, perché «amore è quello che non ha fine». Così la separazione e l’assenza si trasformano in possenti catapulte della passione. Majnun, il «Folle d’amore», vaga giorno e notte cantando versi, le spine del deserto lacerano i lembi di lino e seta delle sue vesti, ma l’occhio della sua mente è fisso sempre sullo stesso fuoco. Il suo delirio amoroso lo spinge a un moto perenne, «come un’azzurra veste di lutto che galleggia nelle acque di un fiume profondo». La società degli uomini gli è invisa, mentre le fiere gli si accovacciano intorno. A specchio del suo vagare, Leyla rimane al centro del giardino, insieme prigioniera ed esule, «colma di grazia e di fascino». Ma «nell’intimo il cuore le sanguinava», il pensiero è fisso sull’amato inavvicinabile, mentre la circondano tanti «miseri cuori che a migliaia erano precipitati nel pozzo della fossetta del suo mento». Né la guerra né un matrimonio forzato valgono a soffocare l’ardore dei due amanti, pur costretti a essere «appagati di fantasmi e fantasmi essi stessi».

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Non conosciamo abbastanza la letteratura ed il mondo persiano, questo ci sembra un ottimo punto di partenza

“Ibn Fadlan’s Journey to Russia” di Ahmad ibn Fadlan

This is the first English translation of the famous risala, letters by the tenth-century traveler Ibn Fadlan, one of the great Medieval travelers in world history, akin to Ibn Batutta. Ibn Fadlan was an Arab missionary sent by the Caliph in Baghdad to the king of the Bulghars. He journeyed from Baghdad to Bukhara in Central Asia and then continued across the desert to the town of Bulghar, near present Kazan. He describes the tribes he meets on his way and gives an account of their customs. His is the earliest account of a meeting with the Vikings, called Rus, who had reached the Volga River from Sweden. His description of the Rus, or Rusiya as he calls them, has produced much discussion about their origins, shockingly free sexual morals standards, customs, treatment of slaves and women, burial traditions, and trading habits, all explained in detail by Ibn Fadlan. The story of his travels has fascinated scholars and even prompted Michael Chrichton to write the popular novel “”Eaters of the Dead,”” which was made into a film entitled “”The 13th Warrior.

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Siamo sempre rimasti affascinati dai grandi viaggiatori, specie da quelli che si sono avventurati in luoghi tutt’ora ignoti ai più. L’epico viaggio di Ibn Fadlan in Russia rappresenta per noi qualcosa d’imperdibile

“Rapsodia irachena” di Antoon Sinan

Il 23 agosto 1989, il ministero dell’Interno iracheno viene informato che nel corso di un inventario eseguito nella sede del Comando centrale della Polizia di Baghdad è stato trovato un manoscritto in un archivio. Scarabocchiato a matita, risulta essere il diario di un giovane detenuto di nome Furat. Dal manoscritto scopriamo che era uno studente di Lettere e poeta alle prime armi, dotato di uno spirito sardonico e corrosivo, arrestato un bel giorno di aprile mentre guardava il cielo di Baghdad seduto su una panchina ad aspettare Arij, la sua fidanzata. Furat rievoca l’incubo delle carceri del regime e, in parallelo, la sua vita quotidiana fino all’arresto: l’adolescenza, la famiglia, l’università, la dittatura, la guerra Iraq-Iran, le partite di calcio allo stadio, i primi amori. Racconta di un Iraq impossibile, dove il regime è ovunque, nella vita pubblica come in quella privata, dell’isteria del dittatura baathista, così simile al nostro fascismo. Solo nel finale, ambientato in una Baghdad apocalittica e deserta, sembra profilarsi una speranza, ma forse è solo un’illusione, un miraggio. Un ritratto emozionante della vita nell’Iraq di Saddam Hussein, una miniatura delle sofferenze degli iracheni, dai baathisti a Bush.

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Forse non è il testo di narrativa che ci incuriosisce di più, ma sicuramente l’Iraq è destinato a far parlare molto di sé, sarebbe stupido non provarne a comprender meglio la storia

Bhagavadgita

È quella parte dall’importante contenuto religioso, di circa 700 versi (śloka, quartine di ottonari) divisi in 18 canti (adhyāya, “letture”), nella versione detta vulgata, collocata nel VI parvan del grande poema epico Mahābhārata. La Bhagavadgītā ha valore di testo sacro, ed è divenuto nella storia tra i testi più prestigiosi, diffusi e amati tra i fedeli dell’Induismo. In tale contesto la Bhagavadgītā è il testo sacro per eccellenza delle scuole viṣṇuite e kṛṣṇaite, eredi dell’antico culto devozionale del Bhagavat, ma è venerato come testo rivelato anche dagli śivaiti e dai seguaci dei culti śākta. L’unicità di questo testo, rispetto ad altri coevi, consiste anche nel fatto che qui non viene data un’astratta descrizione del Bhagavat, qui inteso come il dio Kṛṣṇa, la Persona Suprema che si rivela, ma questa figura divina è un personaggio protagonista che parla in prima persona, offrendo all’uditore la sua darśana (dottrina) completa.

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Siamo pressoché analfabeti riguardo all’induismo ed al suo mondo, mancanza che dobbiamo assolutamente colmare

“Il libro dell’acqua e di altri specchi” di Nadeem Aslam

“Il libro dell’acqua e di altri specchi” si apre in una città fittizia chiamata Zamana, in Pakistan. Nargise Massud sono una coppia di architetti, uniti da un’affinità elettiva con cui hanno sapientemente modulato ogni fase della loro relazione. Eppure Nargis ha nascosto per tutta la vita al marito un elemento fondante e pericoloso della sua identità: è nata cristiana, con il nome di Margaret, ma crescendo si è finta musulmana per sfuggire agli abusi e alle oppressioni. Quando Massud muore in uno scontro a fuoco, la vita di Nargis inizia a sgretolarsi. Intanto qualcuno si serve degli altoparlanti dei minareti per rivelare i segreti e le dissolutezze degli abitanti, diffondendo il terrore in un Paese in cui l’accusa di blasfemia può costare la vita. I misteriosi annunci presto diventano persecuzioni e Nargis sarà costretta a fuggire. In questo mondo al limite della distopia, diverse trame amorose si liberano come fiumi in piena e con la loro poesia fanno da contraltare all’orrore. Questo romanzo è un ritratto rivelatore dello spirito umano, una storia di corruzione e resistenza, di amore e terrore, e delle maschere che a volte è necessario indossare per salvarsi.

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Un libro di cui non conoscevamo nemmeno l’esistenza, scoperto grazie ad una citazione su Instagram di Martina Cera. Siamo molto curiosi

“La freccia di Dio” di Chinua Achebe

“La freccia di Dio”, pubblicato nel 1964 a sei anni di distanza da “Le cose crollano” e “Non più tranquilli”, rappresenta il completamento della “Trilogia africana” di Chinua Achebe, considerata universalmente il suo capolavoro. Ezeulu è il sacerdote di una divinità che rappresenta l’unità dei sei villaggi di Ulmuaro. È un uomo capace di giudizio e anche di una certa diplomazia, ma la sua autorità sta pian piano venendo meno di fronte alla minaccia degli altri: i bianchi funzionari del nuovo governo coloniale inglese. Non crolla però la sua sicurezza: è una freccia nell’arco di Dio, di questo è sicuro, e forte di tale convinzione si prepara a guidare il suo popolo, fino alla distruzione e all’annientamento, se sarà necessario.

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Abbiamo letto i primi 2 testi e ci sono piaciuti moltissimo, vogliamo completare questa storica trilogia

Islamic Art: Past, Present, Future

In a world where the making and consumption of art is constantly changing, the term “Islamic art” can be hard to define. Through the exploration of a wide array of media—from painting, sculpture, and photography to video and multimedia—an internationally renowned group of scholars, collectors, artists, and curators tackles questions such as whether the art has to come from the Middle East, whether it must have a religious component, and, indeed, whether the work of art must be made by a Muslim. Based on a series of papers presented at the 7th Biennial Hamad bin Khalifa Symposium on Islamic Art in 2017, the essays in this volume grapple with these questions from a range of viewpoints. These texts—including beautiful illustrations of major works by contemporary artists from the Muslim world, including Newsha Tavakolian, Shahzia Sikander, Hassan Hajjaj and Lalla Essaydi—invoke a lively discussion of how the arts of the Islamic lands link the past with the present and the future.

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A breve il sito tratterà sempre di più di arte, calligrafia e fotografia, possiamo mai farci scappare questa perla?

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