Colui che sostenta

Riflessione a pancia piena

Questi giorni di sazietà sono una piccola rivelazione per qualunque musulmano. Si realizza quanto il cibo sia essenziale all’interno della quotidianità. Si prova sulla propria pelle la ritrovata concentrazione negli impegni, il ritrovato pieno benessere alla luce del sole. Ma fino a che punto, noi musulmani, ricolleghiamo questa consapevolezza alla teoria religiosa?

Chiunque abbia avuto un minimo di contatto con l’Islam sa che per i musulmani Dio ha molti nomi, alcuni inconoscibili, altri, 99 per l’esattezza, ricordati e studiati nel loro significato e nel loro ruolo all’interno del Libro Sacro.

In questo periodo di riappacificazione col nostro bisogno corporeo primario c’è un Nome che dovrebbe tornarci in mente più spesso degli altri. Un Nome che ci ricorda come Dio provveda a noi a partire da ciò che di più terreno esista, la soddisfazione della fame del corpo, fino a ciò che di più alto esiste: la fame dell’anima e il suo nutrimento.

Allah, Il Dio è al-Muqīt (dalla radice qoot- sostentamento): colui che sostenta, colui che nutre, colui che fornisce ciò di cui necessitiamo. Colui che è attento ai nostri bisogni, e che in un certo senso “vigila” su di noi permettendoci, o meno, di perpetuarci nel tempo.

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Al Muqit – http://www.arthafez.com
 

Questo sostentamento come già accennato ha varie forme e varie espressioni. C’è un sostentamento materiale, ciò che ci nutre nel corpo e dà forma. Dio fornisce direttamente e indirettamente ciò che nel bene e nel male ci è necessario per proseguire sulla strada del nostro destino, a volte assecondando e sostentando i nostri desideri, altre volte senza che noi siamo coscienti della benedizione che c’è in ciò che ci arriva. Dio è Colui che ci sostenta, e che ci procura il necessario ma anche il lusso, l’agio, il più. Ma soprattutto al Muqit è colui che ci dà sostentamento immateriale, intangibile, ma palese. Nutrire l’anima, lo spirito tramite i mezzi stessi che lui ha creato (il Corano, la preghiera). Il ricordo stesso di Dio rasserena i cuori e nutre an-nafs (l’anima). E’ Dio stesso il nostro sostentamento per l’animo.

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Jemaa el fna – Marrakesh – Marocco

Ora, il discorso diventa in qualche modo ”spinoso” quando alla consapevolezza del benessere ritrovato, non segue una riflessione e una seppur minima riconoscenza a Colui che dà e che toglie. Lasciando agli esperti il giudizio e il parere riguardo il peccato, d’obbligo è una riflessione personale sul perché non riconosciamo questa infinita Grazia che Dio compie nei nostri confronti ogni attimo della nostra vita. Quale rapporto abbiamo con Colui che ci è più vicino? Perché non cerchiamo in Lui il nostro successo, la nostra soddisfazione? O meglio, perché non vediamo venire entrambe le cose da Lui?

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Secondo una tradizione qudsi (Hadiths non profetici ma sacri, ritenuti diretta parola di Dio), Allah disse a Mosè: “O Mosè, chiedi a Me ogni cosa, compresi i lacci delle tue scarpe e il sale per la tua pentola”.

Cioè Dio stesso dice: chiedimi conto di ogni cosa, dalla più superflua alla più umile, da ciò che ti serve a ciò che semplicemente vorresti. Senza vergogna, senza timore di chiedere qualcosa di troppo semplice per ”scomodare” Dio, senza timore di chiedere qualcosa di troppo grande. Perché solo a Dio puoi chiederlo e se c’è qualcuno che può esaurire la tua richiesta è solo Dio.

La fiducia in Dio per un musulmano è alla basa della relazione intima che il fedele ha con il suo Creatore. Il rimettersi a Dio per il destino, per le speranze e per le difficoltà che l’essere umano ha nella vita terrena è alla base della fede.
L’affidarsi completamente a Lui implica una riconoscenza per tutto ciò che di conseguenza ci giunge.

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