“Il verbo degli uccelli” di Farid ad Din Attar

Considerato il capolavoro di Farid ad Din Attar, maestro del più celebre Rumi, l’opera tratta di un gruppo di uccelli messosi alla ricerca di Simurgh, leggendario re dei volatili.

Il verbo degli uccelli

“Vennero un giorno a parlamento tutti gli uccelli della terra, i noti e gli ignoti. “Non esiste luogo al mondo”, dissero, “che non abbia un re: perché mai sul nostro paese non regna un sovrano? Se ci uniamo in fraterno sodalizio, potremo partire alla ricerca di re, essendo chiaro che l’ordine e l’armonia non regnano tra sudditi privi di un sovrano.” Fu allora che l’Upupa, eccitata e trepidante, balzò al centro dell’inquieta assemblea.

Attar
La riunione degli uccelli

Sul petto portava la veste di chi conosce la via, sul capo la corona della verità. Lungo la via aveva affinato la mente, era venuta a conoscenza del bene e del male. “Amici uccelli”, cominciò “in verità io sono il corriere della divina maestà, il messaggero dell’Invisibile…””

Alla ricerca di Simurgh

Questo l’incipit de “Il verbo degli uccelli”, considerata il capolavoro di Farid ad Din Attar, maestro dell’ancor più celebre Rumi (o Mevlana se siete turchi). L’opera usa come stratagemma narrativo la ricerca degli uccelli, al fine di portare il lettore in un vero e proprio percorso mistico. I volatili saranno infatti convinti dall’Upupa nel mettersi alla ricerca di Simurgh, leggendario re degli uccelli della mitologia persiana, posto a guardia dell’albero dei semi ed a quello dell’immortalità.

“Amore è l’essenza perenne di tutte le creature, ma se non è congiunto a dolore non può ritenersi perfetto. Agli angeli fu dato amore, non dolore; il dolore non si addice che all’uomo” Farid ad Din Attar

La ricerca, però, non sarà priva di fatiche e le bestiole dovranno affrontare ben 7 diverse valli che ne testeranno virtù e doti. Solo in 30 riusciranno a giungere al cospetto del leggendario Signore, scoprendo però qualcosa di incredibile…

Scoprendo sé stessi

Troveranno infatti davanti a loro uno specchio, realizzando che “Simurgh” può essere facilmente trasformato in “si murgh”, che in persiano vuol dire, appunto, 30 uccelli. Attraverso questo percorso, infatti, i protagonisti hanno annullato sé stessi per raggiungere l’Amato, riuscendo de facto a diventare parte di esso. Non a caso, una delle metafore sufi preferita da Attar è quella “della falena e della candela”. In questo racconto si elogia appunto l’insetto, tanto innamorato della luce divina da arrivare persino a bruciarsi pur di assaporarla appieno.

Attar

Lo specchio, inoltre, non mostrerà comunque agli uccelli chi erano, quanto più chi sono oggi, collegandosi, così alla vita dello stesso maestro sufi che, non a caso, viaggiò moltissimo. All’interno di ogni valle verranno comunque raccontate storie, in modo da permettere al lettore di comprendere tramite metafore, in un approccio del tutto simile a quello utilizzato dai maestri taoisti.

Il sufismo di Attar

In quest’opera, d’altronde, sono frequentissimi i richiami ad un pensiero che si pone fra Oriente ed Occidente, incorporando tutto ciò che vi è nel mezzo. Come il taoismo, in particolare, Attar mette in luce una sorta di equilibrio costante e fragilissimo che circonda l’universo, al quale è necessario sottostare per andare avanti. Ne è un esempio la valle della privazione e dell’annientamento, l’ultima prima di raggiungere l’Amato. Solo attraverso la perdita, infatti, sarà possibile colmare il vuoto con il proprio Signore, in un meccanismo che fila perfettamente con il ciclo costante dello Ying e dello Yang.

Attar

La differenza con la filosofia di Lao Tzu, però, sta nel ruolo dell’amore, assolutamente centrale ed imprescindibile per il mistico di Nishapur. Solo attraverso il massimo amore, infatti, si riuscirà a raggiungere la vera unione con il proprio Signore, meta finale di chiunque si sia messo alla sua ricerca. Il lavoro di Attar influenzerà poi moltissimo quello di Rumi, suo allievo, ponendo le basi di gran parte della filosofia sufi successiva. Un’opera da avere assolutamente.

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