Pop Palestine, viaggio nella cucina popolare palestinese

Abbiamo intervistato Silvia Chiarantini, autrice del libro “Pop Palestine, viaggio nella cucina popolare palestinese”. Il libro è un fantastico misto di letteratura, tradizioni e cucina; un modo per avvinarsi alla cultura araba anche a tavola.

K: Da dove nasce l’idea di questo viaggio culinario in Palestina? Avevate fin da subito pianificato di scrivere “Pop Palestine” o è qualcosa che è nata dopo la vostra esperienza?

S: L’idea di Pop Palestine è nata dal desiderio di tornare in Palestina. C’ero stata già alcune volte: prima per turismo, poi per andare a trovare amici, una volta a suonare per le strade e nelle scuole con una banda di ottoni ed un’altra a portare strumenti musicali a Gaza.  Volevo tornare e cercavo un motivo, una scusa, un’idea, qualcosa da fare che fosse utile ed “emotivamente leggero”. L’ultimo viaggio fatto insieme alla Banda mi aveva lasciato rabbia e dolore, portando con se il ricordo indelebile di un attacco dell’esercito israeliano e di una giovane donna uccisa a pochi metri da noi.

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Il dolore della Palestina è grande e non sempre e non tutti hanno la forza di rimanerci accanto. Volevo continuare, trovando un mio modo, a stare vicina a quella terra perché – una volta conosciute la sua bellezza e la sua realtà – ti si appiccica addosso, diventa metafora di tutte le ingiustizie e si radica nella coscienza imponendo azione e partecipazione. Da qualche anno mi occupo della parte relativa alla cultura gastronomica per il Festival Middle East Now che si tiene a Firenze e proprio durante questa rassegna di cinema e cultura avevo visto il film “Make Hummus not War”. Dalla visione di questo film ho iniziato a pensare ad un documentario sulla cucina palestinese che già avevo avuto modo di conoscere e apprezzare.

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Silvia e Armando con musakhan gigante

Poi le cose si sono formate miracolosamente da sé: Alessandra Cinquemani, fotografa e videomaker fiorentina ha dato la sua disponibilità, il mio amico Armando cuoco ha gioito all’idea ed anche Stefano, mio collega d’ufficio, si è unito al gruppo con tutto il suo entusiasmo. A questo sgarrupato agglomerato umano si è unita la nostra amica Fidaa, foodblogger esperta di cucina che vive in Palestina portando tutta la sua conoscenza e la sua simpatia.  Effettivamente un gruppo composito, ma strepitoso per un viaggio così impegnativo, visto che l’obiettivo che ci eravamo dati era quello di girare un documentario sulla cucina popolare palestinese. Quando poi siamo tornati, durante il montaggio del documentario, ci siamo accorti della quantità di ricette e storie che avevamo raccolto e così abbiamo pensato anche alla pubblicazione di un libro, appunto “Pop Palestine. Salam cuisine da Hebron a Jenin. Viaggio nella cucina popolare palestinese”.

K: Il vostro libro racconta di una società “colorata” e che, nonostante le avversità, è gioiosa di vivere. Era qualcosa che vi aspettavate o vi è stata una piacevole sorpresa?

S: Volevo raccontare di quella Palestina che vive e resiste nella quotidianità e con l’ironia (elemento di sopravvivenza) che contraddistingue il popolo palestinese. Volevo raccontare quella Palestina che avevo conosciuto nei miei viaggi, ma di cui non ritrovavo mai traccia in Tg e giornali. E volevo anche rispondere ad una richiesta che spesso ci si sente fare viaggiando in quella terra: “ora che sei qui, hai visto con i tuoi occhi – quando torni a casa, parla con le tue parole”.

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Pensavo che comunicare la Palestina attraverso i colori dei suoi bellissimi e buonissimi piatti potesse essere un modo per incuriosire e portare le persone ad interessarsi a quella terra, attraverso i sapori della sua cucina. Un modo per accompagnare per mano coloro che di questo popolo non sanno niente, rassicurandoli, anche attraverso grafica e immagini che stupissero, un formato di pubblicazione maneggevole, con gli angoli stondati, come i libri per i bambini; la Palestina non doveva essere pensata come qualcosa di pericoloso, bensì un paese accogliente ed a cui avvicinarsi senza timori.
Rispetto a quella lente di distorsione che spesso viene apposta sulla comunicazione che riguarda il mondo arabo volevo inserire una mia personale correzione del fuoco e del campo visivo; rispetto alla comunicazione in bianco e nero volevo aggiungere i tanti colori che caratterizzano la diversificata realtà della Palestina.

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Così è nata l’idea di una Palestina che fosse PoP. Il nome “Pop Palestine” mi piaceva per questa sua musicalità, perché calzante con l’idea che avevo in testa di un racconto vivace come i colori della pop art e poi per questo curioso essere acronimo di “People of Palestine”. Inoltre, tutto ciò che riguarda la cucina è parte della storia che non si ritrova nei libri di storia, è l’identità profonda di un popolo, non solo perché lega gli ingredienti ai prodotti della terra e alla tradizione, ma anche perché tramanda le consuetudini ed i significati dello stare a tavola, del mangiare insieme e di quella immensa generosità nell’accogliere l’ospite nella propria casa tipica dei palestinesi. Sedersi insieme e mangiare è un momento importante in Palestina, un rifugio in cui ritrovare pace e lasciare tutta la sofferenza fuori per il tempo di un pranzo. E poi anche cucinare o andare a fare la spesa e continuare a fare una vita normale nonostante l’occupazione è una forma di resistenza, un modo per continuare a vivere nella propria terra nonostante quello che succede fuori dalle cucine.

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Come ha scritto Daniele de Michele (Don Pasta) nella prefazione “Questo libro è talmente immerso tra le storie che le ricette sono un momento di tregua, di pace prima della tempesta, dolce, malinconica, poetica tempesta, che questi avventurosi compagni di viaggio ci hanno regalato. Perché parlar di Palestina è un non senso, non ne parla nessuno in questi termini, a pochi viene in mente di considerarla meta turistica, nessuno immagina che ci sia una vita oltre la guerra, che esista una cucina che non sia da campo”.

K: Quali sono state le città e i piatti che più vi hanno colpito?

S: Le città palestinesi sono molto diverse tra di loro e ciascuna ha qualcosa di bello da mostrare. Sicuramente Nablus è rimasta nel nostro cuore per le sue antiche architetture arabe e romane, i suoi mercati, lo knafe, il dolce al formaggio tipico della città e poi il sito archeologico di Sebastya in cui si ritrovano le tracce della storia di Giovanni Battista e poi Gerusalemme, la città vecchia e la porta di Damasco dove, come direbbe Paola Caridi, batte il cuore di Gerusalemme.

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Maqlouba

Anche per via della loro laboriosa preparazione, i piatti che ci hanno colpito sono stati la maqlouba, che è una sorta di timballo di riso e il Musakhan, anche questo un piatto per gli ospiti preparato con il pane che si cuoce in particolari forni che si chiamano taboun, le cipolle caramellate e il pollo e tanto, tanto sommacco, una meravigliosa spezia palestinese dal colore rosa scuro ed il sapore acidulo, deliziosa! La ricetta la trovate anche su youtube:

K: Qual è, se c’è, la ricetta che a vostro modo rappresenta più di tutte la Palestina e perché?

S: Rispondere a questa domanda significa scatenare feroci polemiche. Sul cibo palestinese non si scherza e ciascuno ha le sue preferenze, le sue ricette (diciamo pure quelle della madre che è la migliore chef al mondo!) e le sue granitiche verità. Personalmente ci sono due piatti che preferisco e che si contendono il podio dei piatti più buoni: musakhan e maqlouba. Insieme a questi un altro piatto molto amato è il mansaf preparato con pane sottile, riso e agnello cotto nello jameed, un saporitissimo yogurt disidratato che è una produzione tipica delle comunità beduine. Vi lascio la ricetta della maqlouba, se volete cimentarvi, è buonissima!

K: Pensate di replicare la bella esperienza anche per altri paesi o volete concentrarvi nello sviluppo della cultura palestinese?

S: Ci sono alcuni paesi che sto studiano. Sarebbe bello continuare a raccontare qualcosa di inconsueto rispetto a certi luoghi e popoli per intaccare pregiudizi e accorciare le distanze attraverso i sapori, far si che un’esclamazione “che bontà” diventi la parola magica per aprire la mente e trovare coraggio e serenità nell’andare a conoscere paesi lontani … o vicini. La cucina è uno strumento potente per raccontare di altre culture.

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Sul mio sito Pop cuisine pubblico ricette di piatti tratti da libri di cucina di altri paesi e vedo che le persone, se avvicinate con delicatezza (e talvolta dolcezze!), sono molto incuriosite e si dimostrano aperte e desiderose di conoscere: se assaggi qualcosa di buono ti puoi fidare di chi l’ha preparato, penso io! Intanto …. seguito a sfornare torri di musakhan e a rigirare enormi maqlouba insieme al mio amico Armando (vedi foto e video) per continuare a far conoscere la meravigliosa terra di Palestina.

Ringraziamo ancora infinitamente Silvia per l’intervista, il suo viaggio culinario ci ha affascinato fin da subito e appena abbiamo visto questa grande opportunità ne abbiamo approfittato. Sulle sue pagine Instagram e Facebook vi rifarete gli occhi e scoprirete nuove ricette, tutte con il loro stile unico. Seguiteci sulla nostra pagina facebookYouTube e Instagram, ogni like, condivisione o supporto è ben accetto e ci aiuta a dedicarci sempre di più alla nostra passione: raccontare il Medio Oriente.

 

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maqlouba

Credits @foto di Alessandra Cinquemani

 

 

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