Gli Uiguri e la Cina

Nel Giorno della memoria, vi raccontiamo di un genocidio culturale, purtroppo tutt’oggi in atto. Stiamo parlando della situazione degli uiguri in Cina, più di 1 milione dei quali rinchiusi in “campi di rieducazione”.

Uiguri

Gli uiguri sono una popolazione di origini turche che vive nello Xinjiang da secoli, succedendo ai Göktürk come padroni della regione. Grazie alla loro posizione geografica, fecero spesso da tramite agli scambi fra Medio ed Estremo Oriente, ereditando l’Islam come religione. Con il passare dei secoli questo popolo è sempre stato semi-dipendente dalla Cina, alternando periodi di libertà ad altri di vera e propria dipendenza. uiguri

Le prime forme di vero e proprio “indipendentismo uiguro” iniziano però con la caduta dell’impero Qing e la successiva transizione da Repubblica di Cina a Repubblica Popolare Cinese. In questo periodo vi furono i primi moti per la fondazione di uno loro stato, chiamato idealmente “Repubblica del Turkestan Orientale”; progetti naufragati però con l’arrivo di Mao che unì tutti sotto un’unica repubblica.

Una difficile convivenza

Per lungo tempo han e uiguri convissero insieme sotto le regole di questo nuovo stato, riuscendo anche a trovare un relativo equilibrio fra ideologia statale e cultura locale. Le cose però iniziarono a precipitare a seguito delle liberalizzazioni del mercato cinese che, inevitabilmente, favoriva gli han, etnia maggioritaria della nazione. Questo ha fatto sì che fra gli uiguri e i cinesi crescesse sempre di più una forma di contrasto, fomentato anche da alcuni provvedimenti statali a favore delle minoranze. Tutto questo ha fatto sì che si riaccendessero sempre più le radici dei rispettivi gruppi etnici, mettendo le basi di provvedimenti durissimi.uiguri

La rivolta di Ürümqi, la capitale dello Xinjiang, del 5 luglio 2009 è stata poi il vero e proprio inizio dell’inferno. A seguito di quegli scontri persero la vita 197 persone e ben 1500 finirono in galera, dando il via alla crisi dei giorni nostri.

Rieducazione forzata

A seguito di alcuni attacchi di fondamentalisti uiguri, nel 2016 il governo ha inviato nella regione Chen Quanguo, rinomato nel paese per aver risolto il “problema” delle minoranze in Tibet. In brevissimo tempo nella regione sono stati costruiti dei nuovi centri di “rieducazione”, atti a “risolvere” una volta per tutte il problema della regione.

uiguri
Chen Quanguo

Questi campi sono stati criticati apertamente da ogni associazione dei diritti umani per fini e brutalità. Si stima infatti che in queste strutture vengano rinchiusi più di 1 milione di uiguri e di musulmani, costretti a mangiare maiale e bere alcool. I detenuti vengono inoltre costretti a seguire rigidi programmi di indottrinamento ad ideologia e cultura cinese, a coloro che si rifiutano è destinata la tortura. Al di fuori di questi campi di prigionia, il governo ha poi imposto un rigido sistema di sorveglianza, che va ad intaccare la vita di ogni cittadino della regione.

Amico cinese

Le famiglie uigure infatti sono obbligate ad avere in casa un cinese di etnia han, ufficialmente per aiutarli nelle faccende domestiche ma, de facto, per assicurarsi della “bontà” della famiglia. A questo popolo inoltre non è concesso: acquistare  libri relativi alla propria cultura, farsi crescere la barba, possedere un tappeto per pregare e smettere di fumare.

uiguri
Campo di rieducazione per uiguri nel 2018

Una situazione irreale e drammatica di cui la Cina ha solo di recente ammesso l’esistenza. Secondo il governo di Beijing, infatti, non sarebbero campi di prigionia, bensì luoghi in cui combattere il fondamentalismo islamico di quei luoghi. Giornalisti e associazioni di tutto il mondo, però concordano sul fatto che si tratti di un vero e proprio genocidio culturale, messo in atto per “cinesizzare” per sempre una regione da sempre problematica per la Cina.

Vi lasciamo il link del reportage della BBC. Seguiteci sulla nostra pagina facebookYouTube e Instagram, ogni like, condivisione o supporto è ben accetto e ci aiuta a dedicarci sempre di più alla nostra passione: raccontare il Medio Oriente.

 

 

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